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CRONISTORIA DEGLI EDITORIALI SU FOCUS

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9.10.2008 James Hillman

Lettera agli insegnanti italiani

20.03.2009 Eugenia Romanelli

ABC PER SCRIVERE UN ARTICOLO...

29.01.2009 don F. Di Noto Le violenze sui bambini all’epoca di Internet.
17.11.2008 M. Lodoli I jeans a vita bassa delle quindicenni
31.10.2008 G. Cisternino Questione di feeling...

 

 

Lettera agli Insegnanti italiani

di  James  Hillman (*)

I miei pensieri oggi si reggono su una distinzione fondamentale che specificherò in questa frase iniziale: l’insegnare e l’imparare non devono essere confusi con l’educazione e possono persino essere impediti dall’educazione. Inoltre, se questa distinzione è fondamentale, allora sarà precedente ai progetti per la riforma dell’educazione, alla certificazione degli insegnanti, alle missioni e e agli scopi dei programmi educativi, ai contenuti dei curricula, e ad altri dibattiti che impegnano cittadini ed esperti.

La distinzione può essere posta in termini semplici e pratici. Qualcosa quasi naturalmente vuole imparare, specialmente nell’infanzia. Come usare una sega, cucinare un uovo strapazzato, ricordare i versi di una canzone? Dove va il sole quando scende "giù"? e dove sono i pettirossi d’inverno, e perché le anatre non annegano come i polli.? Qualcosa dentro di noi vuole sapere dove, come, quando, che cosa. Porre domande è innato alla psiche umana. Un bambino fa domande agli insegnanti, ai genitori, agli amici, persino ai libri, per soddisfare la sete di apprendere, anche fino al punto di un comportamento ossessivo, ritualistico, dove "perché ?" si ammucchia su "perché?" su "perché ?".

Possiamo imparare ponendo delle domande, ma impariamo ancora di più osservando, ascoltando, imitando, sperimentando e assorbendo sensualmente il mondo che ci circonda. Il bambino, come facciamo noi stessi, tiene un occhio all’esterno e un cuore aperto per il dove e il che cosa e specialmente il chi può soddisfare questo desiderio d’imparare.

In corrispondenza con questo desiderio d’imparare c’è un impulso a insegnare, egualmente innato. Qualcosa, di nuovo piuttosto naturalmente, vuole rispondere a una domanda, dimostrare, spiegare, correggere. " Su dammi quello; lascia che ti mostri come si fa." "Non tenere la sega così stretta. Lascia che siano i denti a fare il lavoro." " La pioggia? Ebbene, noi facciamo la pioggia nella nostra stanza da bagno: guarda come il vapore del bagno fa delle piccole goccioline sulla superficie fredda dello specchio."

La relazione fra l’imparare e l’insegnare è animale, naturale, data, dotata di ubiquità; non è tanto il prodotto della civilizzazione e della cultura quanto la loro base. La cultura chiama questa relazione tradizione; la civilizzazione, educazione. Comunque diamo forma a questa relazione, l’insegnante e l’allievo, la guida e l’apprendista, l’esperienza e l’innocenza, il sapere e l’ignoranza, il pieno e il vuoto sono costituenti costanti della vita interiore dell’anima. In quanto tali, appartengono non solo ai primi anni o alle prime fasi dell’indagine. La ricerca di un insegnante, di un insegnamento e il desiderio d’insegnare continuano in modo importante nella tarda vita . Uno dei momenti più miserevoli della tarda vita è quello in cui l’impulso ad insegnare viene frustrato: nessuno vuole ciò che si può insegnare.

Fra questi due impulsi e la loro affinità l’uno per l’altro viene l’Educazione. Immaginate l’Insegnare e l’Imparare come un fratello e una sorella, un poco perduti nel bosco, come Hansel e Gretel nella fiaba, catturati dalla strega, l’Educazione, e sempre sul punto di essere divorati dall’insaziabile appetito di quella strega. L’intervento dell’Educazione sembra piuttosto ragionevole: mira a facilitare la serendipità (1) della relazione rimuovendo la casualità e controllando il contingente. Soprattutto l’educazione esteriorizza e sistematizza la relazione nella "scuola" (istituzioni educative). Tenta di mettere in contatto i giusti (qualificati) insegnanti con i giusti (selezionati) allievi. Così l’insegnare e l’imparare divengono personificati in classi di persone: quelli che possono e quelli che non possono; quelli che sanno e quelli che non sanno. La vocazione innata diventa una professione accreditata. Il potere inevitabilmente fa seguito alla divisione in classi, che minaccia l’insegnare e l’imparare con la paura dell’"altro". Gli insegnanti temono i loro studenti; gli studenti i loro insegnanti, minacciando l’educazione stessa e conducendola a definire il suo ruolo non tanto come uno strumento di agevolazione, ma come un’autorità impositiva. In questo modo l’educazione separa l’insegnare e l’imparare. Pure la storia dell’autodidatta mostra che i due elementi potenziali nella natura umana sono funzioni complementari. Quanto ciascuno di noi ha imparato e ancora impara insegnando a se stesso da solo!

L’educazione richiede un intero esercito di amministratori, esperti, specialisti; divisioni in classi, unità, soggetti, discipline, dipartimenti; conseguimento di traguardi, gradi, prove, valutazioni; e naturalmente bilanci preventivi, supervisione, responsabilità misurabile. Pure l’educazione si suddivide in due specie: primaria e superiore, tecnica e classica, scienze ed arti; riparatrice ed avanzata. Il misterioso lavoro emotivo di insegnare e imparare viene cooptato nelle forme esteriori che mirano a farlo avvenire. In verità, l’insegnare e l’imparare scompaiono in vicoli laterali e in occasioni segrete. Dei lunghi anni trascorsi nella scuola quanti pochi episodi di illuminazione conservati nella memoria, quanti pochi momenti di insegnamento che hanno acceso un fuoco! Anche per gli insegnanti solo una manciata di studenti da tante classi realmente "connesse" restano ben presenti nella memoria.

Potrebbe sembrare che la distinzione che sto tracciando segua un vecchio spartiacque fra ciò che William James - che fu lui stesso molto interessato all’insegnamento (Conversazioni con gli insegnanti, 1899) - chiama le menti "dure" e quelle "tenere". Questa divisione domina la teoria pedagogica come l’opposizione tra disciplina e libertà, tra il classico e il romantico, fra le nozioni del bambino come selvaggio e il vuoto bisognoso del battesimo e la disciplina o il bisogno innato assennato e creativo di opportunità ed espressione. Potrebbe sembrare che la mia enfasi sul desiderio istintivo di imparare e insegnare segua un lato di questo spartiacque, cioè il Romanticismo di Rousseau, Pestalozzi, Frobel, Montessori e Alice Miller, i quali tutti sottolineano l’elemento idiosincratico piuttosto che quello nomotetico, privilegiando l’individuale sulle necessità collettive della società.

Ma questa non è la mia intenzione. Io sfuggirei da questo spartiacque del tutto, perché la coppia insegnare-imparare, nonostante preceda l’educazione non può subire un’interpretazione letterale in un programma d’educazione. Io cerco di fuggire dalle ideologie che annunciano, o denunciano, programmi in ciascuna direzione: da una parte, modelli più duri di contatto intensificato fra insegnanti e studenti, o, dall’altra, una tenera educazione in classi collaborative e l’istruzione scolastica a casa. Se io optassi per un progetto diventerei un educatore, mentre sono solo uno psicologo. Cerco di descrivere ciò che giace nell’anima dell’educazione piuttosto che prescriverne la forma. Voglio solo che l’affinità innata fra l’insegnare e l’imparare, e l’idea di ciò come di un fatto primordiale, restino vive nell’anima.

L’educazione oggi assorbe il cinque per cento del prodotto mondiale nazionale lordo; l’educazione è la più grande industria del mondo. Enormi difficoltà stanno schiacciando le scuole nel mondo - l’enumerazione delle quali sta quasi schiacciando anche questa conferenza. Sebbene queste difficoltà appaiano nella psiche turbata di insegnanti e allievi, esse non sono radicate nell’insegnare e nell’imparare. Infatti l’immediatezza di quel rapporto è un porto sicuro, una salvezza dai problemi dell’educazione. Per la gioventù ci sono pochi rifugi, poche fughe dai problemi dell’educazione contro i quali c’è tanta ribellione, sia diretta - come il rifiuto della scuola, la violenza e i desaparecidos o scomparsi - sia indiretta, nei sintomi psicologici che ostacolano l’imparare, ad esempio "i disturbi dell’imparare". Gli insegnanti, presi fra le richieste dell’educazione da una parte e la ribellione degli studenti dall’altra, sono in una posizione simile a quella di un medico verso il paziente, di un avvocato verso il cliente, di un giornalista verso la fonte, del prete verso il peccatore.

Sono obbligati dalla loro fedeltà alla loro coppia a stare con i loro studenti i cui sintomi rappresentano una resistenza a quel disordine generale dell’imparare chiamato "educazione".

Immaginate! La psiche si ribella contro il vero imparare che una società guidata dall’economia insiste nel ritenere di primaria importanza. Devi ricevere un’educazione, avere un’educazione, perché allora sarai più vendibile, servendo l’economia e alzando il Pil. Ecco perché gli insegnanti sono risorse nazionali, fornire le loro prestazioni soddisfa le quote di produzione stabilite per loro! L’educazione come merce, come un investimento di capitale che serve alla competizione del libero mercato. E’ questo ciò a cui i sintomi dicono "no" ? E’ questo ciò che il rifiuto della scuola in definitiva significa?

Qualcosa si sta ammalando nel cuore dell’educazione; è malata nel cuore, e questo cuore non può essere ristabilito con semplici esercizi di base o con una nuova dieta dell’anima, né questo cuore può essere sostituito da una macchina ad alta tecnologia.

II

Possiamo osservare il cuore dell’insegnare in azione in tre esempi tratti dalle biografie di scrittori distinti. James Baldwin il romanziere e saggista americano, ricorda: " un edificio scolastico… terribile, antico; scuro, cupo e a volte pauroso. In una classe di cinquanta bambini, per lo più neri, un’insegnante Orilla Miller - una giovane insegnante di scuola bianca, una donna bellissima… che amavo… in modo assoluto, dell’amore di un bambino", riconobbe una qualità in questo bambino nero di dieci anni. "La giovane donna del Midwest era sorpresa dalla vivezza d’ingegno di questo bambino dei bassifondi". Scoprirono un interesse comune in Dickens; lo leggevano entrambi ed erano ansiosi di scambiare opinioni. Anni più tardi, dopo essere diventato famoso, Baldwin scrisse alla sua vecchia insegnante, chiedendo una fotografia. "Ho tenuto il tuo volto nella mia mente per molti anni".

Un altro resoconto; questo di Elias Kazan, lo straordinario regista cinematografico: "Quando avevo dodici anni ebbi un colpo di fortuna, l’incontro con la mia insegnante dell’ottavo grado, Miss Shank influenzò il corso della mia vita… Mi prese in simpatia… fu lei a dirmi che avevo dei begli occhi marroni. Venticinque anni più tardi, mi scrisse una lettera. ‘Quando avevi solo dodici anni’ scrisse ‘la luce cadeva dalla finestra attraverso la tua testa e la tua fisionomia e illuminava l’espressione del tuo volto. Pensai alle grandi possibilità che erano nel tuo sviluppo e …’. Miss Shank si avviò sollecitamente a sottrarmi alla tradizione della nostra gente riguardo al figlio maggiore e a indirizzarmi verso… le discipline classiche".

Un terzo esempio è quello di Truman Capote, un tipico "bambino difficile", che faceva tutto quello che poteva per disturbare la classe e provocare i suoi insegnanti. Ma incontrò la simpatia della sua insegnante di scuola media, Miss Wood. Condividevano un interesse per Ibsen. Miss Wood invitò spesso il giovane Capote a cena, lo favoriva in classe e incoraggiava i suoi colleghi a fare altrettanto.

"Mi prese in simpatia" ha detto Kazan; " Ho tenuto il tuo volto nella mia mente per molti anni", ha detto Baldwin; Miss Wood invitava Capote a casa per mangiare insieme e gli forniva ciò che desiderava in classe. Miss Shank "mi disse che avevo dei begli occhi marroni", ha detto Kazan. Queste schizzi ci dicono che c’è un modo di valutare indipendente dagli esami. L’insegnare vede con l’occhio del cuore. Noi non crediamo più in questa specie di visione: "…la luce cadeva dalla finestra attraverso la tua fisionomia e illuminava l’espressione del tuo volto". Ma al giorno d’oggi, forse specialmente negli Stati Uniti, vediamo solo con l’occhio dei genitali. L’attrazione che ha appassionato questi allievi e questi maestri oggi sarebbe seduzione, manipolazione, persino abuso. Agli insegnanti è consentito di essere chiamati dalla bellezza; l’educazione permette che l’eros si risvegli?

Ma se dovesse risvegliarsi, allora l’eros non corromperebbe l’obiettività e l’eguaglianza?

Può darsi che proprio qui risieda la ragione più profonda dei computer all’interno dell’aula: essi sono completamente imparziali. Non c’è eros nel programma.

Niente eros neppure nell’accademia - una mancanza comune in istituzioni di istruzione superiore. I professori non ascoltano le lezioni degli altri, leggono i saggi degli altri. Borsisti e ricercatori non amano l’amministrazione; gli amministratori non amano i professori. Il personale è "di una classe più bassa", persino al di sotto degli studenti. Gli studenti mettono in contatto i loro cuori affamati con la loro sete di conoscenza che sarà mandata via dalle vane preoccupazioni della facoltà, loro stesse in cerca di amore. La trappola sessuale diviene l’unico accesso all’eros nell’università.

Gli esempi di Baldwin, Capote e Kazan rivelano qualcosa di particolare riguardo all’eros dell’insegnare. Ciò che fece riunire le coppie, la reciproca attrazione, fu una visione comune. L’amore fiorì perché condividevano una fantasia. Per Baldwin e Miss Miller, Dickens; per Capote e Miss Wood, Ibsen e Undset; per Kazan, la visione di un futuro umanista. Essi percepirono la bellezza l’uno nell’altra e permisero la vicinanza. (Capote veniva a casa per cena; Miss Shank studiava il volto e gli occhi di Kazan; Miss Miller dava a Baldwin il suo tempo privato). Quando l’eros è represso cade in un’intimità clandestina. Pure impariamo attraverso la vicinanza - osservando le mani del maestro al lavoro, ascoltando le inflessioni vocali, contagiati dalla gioia del compito. Uno degli studenti di Socrate dice (Teagete 127 Bff): " Ho fatto progressi ogni volta che ero insieme a te… e sono progredito più rapidamente e profondamente quando mi sono seduto vicino, accanto a te e ti ho toccato". Mentre per l’educazione nello stesso passaggio (128B) Socrate dice: " Non so niente di questo raffinato sapere dei Sofisti; io ho soltanto un piccolo corpo di sapere: la natura dell’amore (tà erotika)".

E’ importante mantenere distinte nella mente le molte specie di eros. I filosofi della Chiesa potrebbero elencare una quarantina di specie di relazioni amorose, come i soldati in armi, i compagni in un viaggio, le suore in un ordine, il servo e il padrone, fratelli e sorelle, e naturalmente madri e figli, mariti e mogli. Ciò che in particolare il mentore divide con il suo o la sua protetta è un amore nato da una fantasia comune. La loro dedizione non è tanto per ciascuno come amanti quanto - in questi casi di scrittori - per la lingua inglese. I loro demoni sono in armonia, ciascuno aiuta l’altro a soddisfarsi. Insegnare e imparare sono necessari l’uno all’altro e, come Hansel e Gretel si salvano l’uno con l’altro. Così l’insegnante non è un genitore sostitutivo che procura allo studente i soldi per il pranzo e scarpe nuove. Miss Miller e Miss Wood e Miss Shank nutrivano le anime degli studenti e mettevano il fuoco nei loro spiriti.

III

Prima di concludere questo discorso rivolto agli insegnanti mi piacerebbe rendere più chiaro un pensiero. Nonostante il titolo di questo Convegno, la base dell’insegnamento nel Ventunesimo secolo non è diversa da quella di qualunque altro, anche se il contenuto e la forma dell’educazione subiscono le esigenze della storia. Il fatto che l’educazione presti il suo corpo alla piazza del mercato nella nostra epoca, non è diverso dalla sua prostituzione alla dottrina politica nell’era di Stalin e Hitler, o Mao e Pol Pot, o alla Chiesa nella Francia della Scolastica, o all’ortodossia musulmana nelle scuole del Medio Oriente. All’insegnamento si chiede sempre di sottomettersi senza protestare di fronte ai dogmi educativi: lo testimoniano il destino di Socrate, la persecuzione degli insegnanti irlandesi nelle scuole di trincea durante la dominazione inglese. A causa del potere degli istituti educativi, il vero imparare, analogamente alla psicanalisi, diventa sovversivo. L’imparare deve nascondersi all’interno dell’educazione come abbiamo visto nei tre piccoli bambini e nei loro insegnanti, dove una corrente erotica lega in modo sovversivo l’insegnante e lo studente. Marsilio Ficino, uno dei più autorevoli insegnanti d’Europa di sempre, si riferì a questo imparare nascosto e sovversivo come contro-educazione. Noi impariamo ciò che è ufficialmente insegnato, e re-impariamo il contrario o ciò che sta più profondamente nel suo interno, vedendo in esso e attraverso esso, decostruendo, diciamo, con il chiedere ulteriormente: "questo materiale, questo metodo, questa ipotesi che cosa significano per l’anima?". La contro-educazione interiorizza e individualizza, come ha detto Ficino, le uniformità dell’educazione. Individualizzare l’educazione, cioè collocare l’imparare all’interno dell’anima di qualcuno, esige l’eros, non perché l’individualizzare favorisce uno studente a scapito di un altro, il cosiddetto "prediletto dell’insegnante", ma perché l’eros incendia il particolare stile di desiderio di ogni persona.

Con "uniformità" mi riferisco a modelli di prove, misure di intelligenza, gradazioni attraverso livelli, libri di testo uniformi, divisioni del tempo, architettura delle aule scolastiche, ecc. L’idea autentica dell’uniformità educativa, dell’universalità stessa, è stata radicalmente sfidata teoricamente da Howard Gardiner, a Harvard, e molto tempo fa da Giambattista Vico a Napoli. Per Vico i veri universali dai quali potevano essere derivati i modelli sono i miti classici, che ha chiamato universali fantastici, cioè i tipi archetipici che governano l’immaginazione e dai quali dipende lo stesso pensiero. Questi universali mostrano come la natura umana immagina i suoi problemi, viene a contatto con essi, ed effettua scelte di valore. Essi offrono un modo di pensiero umanista o quella che può anche essere chiamata una base poetica della mente che è capace di superare il nichilismo etico dell’educazione contemporanea e l’ottusità estetica travestiti e rinforzati dal "metodo obiettivo".

Così, seguendo Vico, la base archetipica della mente è un substrato sia di logica che di sogno, di scienza e di arte, di passato e di presente, di obiettività e di soggettività. Mentre Vico propone le molteplici persone e storie e valori dei miti nella loro immensa differenziazione, Gardiner mina l’uniformità dimostrando che l’imparare dev’essere molteplice perché l’intelligenza è molteplice. L’imparare e l’insegnare devono seguire una varietà di pensieri. Una dimensione non va bene a tutto. Anche la nozione di "misura" può essere liberata dalla sua angusta denotazione - significati matematici e statistici - per modi che tengono chi e perché e che cosa è stato misurato; per esempio, l’estetica, la narrativa, la morale o le capacità del corpo.

Ma ora sto andando oltre il mio semplice tema e sto trasgredendo nel campo delle idee educative, idee per rifondare l’educazione lungo linee che derivano da Vico e Gardiner, il che implica che il primo compito dell’educazione sarebbe di psicoanalizzare se stessa, di decostruirsi trovando i miti che suggeriscono i suoi programmi. Pure, qualunque cosa venga proposta da chiunque, dovunque, la techne e la praxis di tutti i programmi educativi, la realtà di ogni adempimento dipende dall’affinità naturale fra la coppia archetipica: l’Insegnante e lo Studente.

Note

(1) Dall’inglese serendipity. Lo scoprire qualcosa di inatteso e importante che non ha nulla a che fare con quanto ci si proponeva di trovare o con i presupposti teorici sui quali ci si basava. Il significato del termine trae origine dalla fiaba persiana I tre principi di Serendip, nella quale gli eroi protagonisti posseggono appunto il dono naturale di trovare cose di valore non cercate.

 

Le violenze sui bambini all’epoca di Internet.

di Don Fortunato Di Noto (*)

“Vidi la sofferenza dei bambini e me ne sono preso cura”. E’ parafrasando una frase dell’Esodo, in merito alla schiavitù d’Egitto del popolo di Israele e ricevendo un dono quello di aver avuto il coraggio di “guardare e amare” questa atroce sofferenza dei piccoli che ha fatto scaturire un servizio, meglio una “diaconia per l’infanzia” nella Chiesa e nella Società. L’Associazione Meter è per noi un dono che raccoglie il dolore e le ferite sull’infanzia e cerca di ridare speranza. Abbiamo dovuto schierarci con maturità e competenze, senza facili allarmismi, dalla parte del dolore che i bambini (e spesso anche le loro famiglie) subiscono, un dolore scaturito dalle violenze spesso gratuite. Con la pedofilia i bambini non sperimentano nessun amore.

 Una violenza dai contorni inquietanti e spaventosi. Secondo l’ultimo Rapporto ONU  2006 almeno 54.000 minori sono stati uccisi nel 2002; 223.000 costretti a rapporti sessuali o comunque a contatti fisici forzati; 218 milioni di bambini sono lavoratori, di cui 126 milioni coinvolti in attività rischiose, 5.7 in lavori forzati o imposti per estinguere il debito contratto; 1.8 milioni sono vittime del giro della prostituzione e della pornografia; 1.2 risultano essere vittime del traffico di esseri umani; e tra i 100 e 140 milioni di ragazze hanno subito una mutilazione genitale1.

Tale violenza, spesso, rimane nascosta e socialmente accettata; per molti bambini è una routine. Nella maggior parte delle volte è commessa da persone di cui i bambini si fidano e comprende la violenza fisica, psicologica, la discriminazione, l’abbandono e il maltrattamento. La grande differenza tra maschi e femmine è che, i primi, sono più a rischio di violenze fisiche rispetto alle seconde, le quali sono invece più soggette a violenze sessuali, abbandono ed induzione della prostituzione2. Secondo uno studio mondiale elaborato dopo quattro anni di ricerche, infatti, è risultato che 150 milioni di bambine nel mondo, ossia circa il 14% della popolazione infantile del pianeta, sono vittime proprio di abusi sessuali, mentre i maschi sottoposti a tali brutalità sono circa 73  milioni.

E’ indubbiamente un olocausto silenzioso che si chiama prostituzione, pedofilia, pedopornografia, accattonaggio, adozioni illegali, lavoro forzato, matrimonio forzato, prelevamento di organi e arruolamento in gruppi armati. E’ una carneficina continua di vite umane che alimenta le sparizioni, le torture e la morte di piccoli in ogni dove; e, spesso, dietro di essa dimora una cruda verità: al mondo, centinaia di bambini sono orfani con genitori vivi. Da qui, il passo per venire risucchiati nei vortici più differenti, è breve.

In Italia, secondo i dati del DAC (Direzione anticrimine centrale della Polizia di Stato), nella prima metà del 2005 le segnalazioni di reati sessuali nei confronti dei minori sono state 410 (407 delle quali risolte). Le bambine sono le più colpite, sia italiane che straniere. Nel 77,4% dei casi sono loro le vittime degli abusi, fin da piccolissime, così sono loro ad essere maggiormente riprese in filmini e foto pedopornografiche. La fascia di età più colpita, sempre secondo i dati del DAC, è quella compresa tra gli 0 e i 10 anni. Su un totale di 471 vittime di abusi sessuali al di sotto dei 18 anni, 165 (il 35%) aveva da 0 a 10 anni, 164 (il 34,8%) tra gli 11 e i 14 anni, il resto (142) tra i 15 e i 17 anni.

Chi compie abuso sessuale nell’82,4% dei casi conosce la vittima. I dati ufficiali concordano nel dire che le violenze sessuali, che avvengono nell’ambito familiare (intra ed extra), vedono per un 30% dei casi identificarsi nei conoscenti, nei partner occasionali o nei conviventi non stabili il child sexual offender; e solo per un 19% circa, una percentuale comunque non irrilevante, le offese e i reati sono compiuti dal padre, dal nonno, dal cugino. Sono in aumento, infine, le violenze perpetrate da donne a danno di minori: la percentuale si aggira attorno al 4-7%.

Nel mondo di Internet, poi, è imprecisata la quantità di materiale pedopornografico online. In Italia, la Polizia Postale, negli ultimi sette anni, ha monitorato 247.938 siti web, di cui 154 solo nel nostro paese. Le persone finite in carcere sono state 166, 3.187 le perquisizioni, 3.483 i soggetti denunciati. Questi dati si aggiungono a quelli derivanti dall’attento monitoraggio e dagli studi sociali dell’associazione Meter in merito alla pedofilia online. In tal senso, l’associazione stima che circa 700.000 filmini pedo-porno siano stati prodotti negli ultimi 12 anni. Un business in cui coinvolti sarebbero dai 2 ai 3 milioni di bambini, da pochi mesi fino a 12 anni. Secondo un attendibile studio di Max Taylor3, esperto di pedopornografia e coordinatore del progetto “Copine” (UE), su 50.000 foto visionate l’età media delle vittime oscillava dai 4 agli 11 anni.

Come ogni nuova tecnica neanche quest’ultima, quella di Internet, non manca di suscitare paura per i minori. Non si tratta soltanto della moralità del suo uso, ma anche delle conseguenze radicalmente nuove che esso ha determinato: perdita del ‘peso specifico’ delle informazioni, assenza di reazioni inerenti ai messaggi della rete da parte di persone responsabili, effetto dissuasivo quanto ai rapporti interpersonali. E in un certo qual senso ha globalizzato il crimine e la violenza sui bambini. Non è l’utilizzo del mezzo, o il mezzo ad essere incriminato, ma le violenze reali che filmate e fotografate, alla fine il prodotto viene venduto, ceduto, detenuto per questa nuova forma di violenza rappresentata dalla pedopornografia online che alimenta mercati criminali a danno dei bambini. Siti web, forum, programmi di file-sharing sono ottimi mezzi per reperire materiale o individuare minore al fine di prestazioni sessuali.

 Internet suscita ancora oggi fascino, e sarà sempre il canale di comunicazione più utilizzato nel mondo; ma non è meno la reazione di paura, sconcerto, repulsione, non sicurezza, pericoli per i minori che utilizzano le chat, i newsgroups, i forum. Possono essere adescati con discorsi persuasivi e che riempiono i vuoti d’affetto e d’amore della loro esistenza. Ma un bambino amato, non sarà mai adescato e abusato. Il PC e Internet è ormai presente per il 45% nelle case degli italiani; se nel 1981 i PC che costituivano la Rete Internet erano 213, oggi è’ uno spazio planetario e sconfinato: 1993: 2.217.000 siti a 233.101.000 nel 2003.

Dai 655 milioni di utenti (Ricerca Network Wizards, 2004) si prevede che nel 2008 saranno 1milardo e 800milioni. E’ uno spazio libero e non esiste discriminazione, ma oggi dominato dalle multinazionali delle comunicazioni. C’è e puoi trovare tutto di tutto di piu’, fino all’inverosimile. E’ un territorio transazionale, senza dogane ma ogni stato si è dato delle leggi, delle norme, delle regole. Non sembra esistere nessuna forma di censura e ci sono delinquenti e persone per bene. Non si basa su teorie ma è una grande palestra di improvvisazione e creatività.

Pertanto Internet è un potente strumento di comunicazione. Internet permette ai minori e a tutti di accedere ad una grande quantità d'informazione, di materiale educativo, d'intrattenimento. I benefici e i vantaggi offerti da Internet non possono essere negati. Ma  oltre a questi benefici ci sono "pericoli" - la cui esistenza non deve essere dimenticata - all'interno di siti web, chat room, e-mail.

Ci sono persone che sfruttano Internet per esporre i bambini a contenuti e materiali perversi, ad amicizie inappropriate.

Oltre alla pornografia e alla pedofilia, su cui generalmente si accentra l'attenzione quando si parla dei pericoli in Internet, ci sono altri pericoli nel cyberspazio: l'esaltazione della violenza e della crudeltà, la disinformazione e l'istigazione all'odio, la pubblicità di tabacco e alcool, siti che raccolgono e vendono informazioni private sui nostri figli e sulla nostra famiglia, che usano le strategie di marketing interattivo .

 “Stiamo esplorando nuove vie, nuove frontiere, siamo i pionieri della pedofilia online”.  (da un dialogo tra il sottoscritto e un pedofilo online, debitamente denunciato nel 1999) e “I pedofili vanno dove vanno i bambini. E i bambini sono sempre più contagiati dalla febbre del cyberspazio”. La denuncia è del 1994, ma in parte fu molto sottovalutata.

E per completare e delineare il quadro : “La prima è che fintantoché esisteranno persone sentimentalmente e sessualmente attratte da bambini e adolescenti, continuerà naturalmente ad esistere anche quello che chiamano "verbo pedofilo", e fintantoché saranno vittima di soprusi, queste persone cercheranno di mettersi insieme per sostenersi a vicenda e per far valere i propri diritti. La seconda (che è poi una conseguenza della prima) è che su Internet i pedofili sono venuti per restarci, e che i pedofili non hanno alcuna intenzione di lasciarsi intimidire “ (DPA, redazione italiana pedofila).

 Ora si comprenderà il lavoro che dal 1995, ma la prima denuncia e segnalazione è negli anni 1990, il lavoro costante, duraturo e maturato nel tempo della Associazione Meter.

         L’associazione Meter, dal 1995, ha segnalato circa 170.000 siti pedofili e pedopornografici; e migliai di siti a contenuti estremo, estremamente inappropriato per i bambini.

Dal 2003 al 2005, i siti sono stati 27.844. Nel 2006 sono stati denunciati n. 9632 siti pedofili. In particolare, nel solo 2005, i siti segnalati alle Polizie Europee ed Internazionali (FBI, Interpol, Polizia Spagnola, Portoghese, Australiana, Svizzera, Tedesca, Brasiliana, alla Gendarmeria Francese….) sono stati 5342 siti. Le nazioni dove essi erano allocati sono, per ordine di importanza: Usa, Russia, Brasile, Spagna, Australia, Francia, Polonia, Iran, Iraq, Giappone, Italia, Germania, Inghilterra, Repubblica Ceca, Romania, Nigeria, Israele. L’associazione Meter ha rilevato, poi, che i bambini coinvolti erano: per il 70% di razza bianca, per il 20% di provenienza asiatica ed africana, e per il 10% di origine araba e mediorientale4; di cui, sempre, su un campione di 6780 foto, è emerso che per il 78% le vittime erano femmine e per il 22% maschi5. Alcuni di essi, i bambini ritratti, anche a distante di anni sono stati individuati.

I pedofili online, sono pedofili reali. Alla comunità pedofila appartengono: I normali disturbati; acculturati e snob; estatici cultori bellezza infantile; feticisti di biancheria intima di bambini; infantofili (amanti dei bambini con il pannolino e oltre  : età di preferenza 0 – 5 anni); amanti della pornografia su bambini disabili; amanti dei piedi e gambe dei bambini;  foto neonati; sadici; estremi; necrofili, amanti delle ecografie che riprendono i particolari dei genitali in formazione; ed anche gli occasionali trasgressivi che alimentano la domanda e il mercato pedopornografico.

 Dalle denunce dell’associazione Meter importanti inchieste nazionali ed internazionali  hanno preso avvio, e proprio in nome della salvaguardia dei minori l’attività dell’associazione - che nasce  ad Avola (SR) non si limita al monitoraggio della pedofilia online ma estende la sua azione ad ampio raggio. Il suo obiettivo è quello di prevenire le varie forme di abusi e maltrattamenti a cui i bambini possono essere sottoposti da parte di adulti o di altri minori, progettando interventi mirati di aiuto concreto alle vittime, del tutto gratuiti.

A livello internazionale, il mercato dello sfruttamento sessuale dei minori, assicura un incasso annuo di 12 miliardi di Euro, a fronte delle ridicole cifre con cui un adulto – sia pedofilo che turista sessuale – può violentare un minore: 5$ circa in Brasile, Russia, Vietnam, Filippine; 10$ circa in Cina, Nepal, Thailandia, Repubblica Dominicana, Pakistan, Sri Lanka; 20$ circa in India; 30$ circa in Giappone; 50$ circa in Taiwan6. E visto che il minore, specialmente fino ai 12 anni, è l’oggetto sessuale preferito dei pedofili e delle loro organizzazioni, la pedopornografia è una grossa componente di questo introito potenziandolo continuamente. Si pensi che METER ha denunciato alle Agenzie di Law Enforcement internazionali, europee nonchè alla Polizia italiana, dal 1995 ad oggi, circa 170.000 siti pedopornografici.

I prezzi delle foto pedopornografiche variano a seconda del livello di abuso e perversione a cui è sottoposto un minore: 30$ un kit di 20 foto; dai 100 ai 200$ foto “rare” (rapporti sadomaso in cui coinvolti vi sono minori, violenze estreme di vario genere, rapporti sessuali con animali, rapporti con neonati o bambini disabili); dai 70 ai 200$ i video pedopornografici; circa 20.000$ un filmato in cui il minore viene ucciso (“snuff movie”): che non è una leggenda metropolitana. Infine, un abbonamento settimanale che assicura 50 foto pedoporno costa circa 35$; mentre 150$ per un abbonamento che offre foto “rare” con bambini tra i 2 e i 6 anni. In uno dei vari siti scoperti dall’equipe METER, e denunciato nel novembre del 2002, gli “amanti dei bambini” pubblicizzavano in questo modo la merce: “vendiamo soltanto materiale esclusivo: 800 immagini “hard core” con adolescenti dai 7 ai 14 anni, e in più 250 ore di video domestici di bambini porno, video di violenze e giovanotti seducenti” 8.

Numerose ricerche rilevano che:

 -          i pedofili hanno una propensione verso il collezionismo porno e pedo (sia tipo tradizionale e sia come file grafici e video).

Suddivisione:

a)   Closet collector (collezionista armadio)

b)   Isolated collector (collezionista isolato)

c)   Cottage collector (condivide collezioni e attività- nessun profitto)

d)   Commercial collector (collezionista commerciale)

e)  Pedo-crime (organizzato) per la roduzione amatoriale; produzione professionale; pseudo-fotografie (pedofilia virtuale, reato previsto dalla legge italiana n.36/2006) e la produzione dei pedo-criminali.

 Il materiale prodotto e scambiato offre gratificazione ed eccitamento, ma anche: convalidazione e giustificazione del comportamento; ricatto (per ottenere il silenzio della vittima); mezzo di scambio (fiducia con altri pedo); profitto (produzione e vendita) con un giro d’affari non quantificabile.

 Nel mondo, METER ha denunciato circa 552 organizzazioni che rivendicano “i diritti dei pedofili” a cui si aggiungono 1532 siti esclusivamente di “pedofilia culturale”, si può avere l’idea di quanto forte sia l’interesse di uomini e donne deviati e perversi, ma lucidamente responsabili quanto integrati nella società, per i bambini.

In Italia esistono questi movimenti (lobby di sostegno alla pedofilia?). Riportiamo, per esemplificare queste dichiarazioni:

 - Una lobby radicata in ogni centro di potere sia in Italia che all’estero. La lobby è ben strutturata e radicata e non è composta da gruppi sparuti e ristretti bensì da comunità strettamente interrelate tra loro. (…) Basti pensare che ogni anno, ideata da un italiano, viene celebrata in rete il 25 aprile la giornata dell'orgoglio pedofilo. (…)  ” (don F. Di Noto, Commissione Bicamerale Infanzia 28 ottobre 1999)

- " Potenti e ricche associazioni che vogliono rendere la pedofilia accettabile... ne fanno parte persone molto influenti e con soldi di investimento per ottenere questo scopo........". (Vittorio Andreoli, 25/10/2000)

- "esiste una copertura culturale sullo sfruttamento sessuale dei bambini..." (Comm. Bicamerale Infanzia, 2000)

- “Esiste un partito dei pedofili che coinvolge personaggi con una alta collocazione sociale e con una cultura medio-alta. Molti indagati aderiscono al ‘Fronte pedofilo internazionale’ danese e e italiano e ritengono liberticida la nuova legge anti-pedofilia entrata in vigore l’undici agosto scorso. Predicano anche l’ideologia del perfetto pedofilo e il riconoscimento della sua liceità’” (PM Marmo e Mastrobernardino, Il tempo 3 ottobre 2000)

[...]

Le donne pedofile, anch’esse presenti in Internet, si sono coordinate in varie comunità di sostegno il 2 ottobre 2006 sono state segnalati da Meter n. 27 personal Blog di donne pedofile (Girllover) alla Polizia Postale e delle comunicazioni.

Sono n. 10 denunce formali da gennaio a settembre 2008, inoltrate alla Polizia Postale e delle Comunicazioni (Dipartimento di Catania) contro la pedofilia cultuale in Italia diffusa su portali stranieri.  E contro questo fenomeno trasversale non si arresta la raccolta di firme contro la pedofilia,  per denunciare e condannare chi abusa, sfrutta e violenta i bambini. Un mondo criminale che con i suoi acquisti – o, peggio ancora, i filmati autoprodotti – alimenta un business illegale che non esita a violentare fino a uccidere bambini da pochi giorni a 12 anni d’età acquistati per pochi dollari e “attori” virtuali di filmetti scaricati online al prezzo di centinaia di dollari. Bisogna sbugiardare i presunti “pensatori” e lobbies che ritengono la pedofilia una nobile tradizione culturale, mascherando lo squallore del sesso praticato su un bambino innocente.

[...]

 In Italia è  UN FENOMENO IN EVOLUZIONE - Limitandoci all’Italia, possiamo già sottolineare come qui la lotta dei pedofili culturali sia cominciata da più di un decennio. È dal 1996, infatti, che l’associazione Meter, insieme ai suoi volontari, denuncia i tentativi striscianti di normalizzazione della pedofilia grazie a giustificazioni pseudoscientifiche (la vittima dimenticherebbe in fretta l’accaduto) o motivazioni pseudo culturali (la pederastia era praticata nell’antica Grecia). Le denunce sono state ripetutamente segnalate, nel corso degli anni, alla Commissione Bicamerale per l’infanzia, al Parlamento europeo, ai ministri dell’Interno, alla magistratura, alla Polizia postale e delle comunicazioni. Centinaia, dal ’96 ad oggi, le denunce formali di siti o portali in lingua italiana, segno che l’offensiva pedofila è condivisa anche da chi abusa di bambini nel nostro Paese. 

I pericoli della Rete…. Ma non è il mostro la Rete.

I pericoli ci sono e i minori sono esposti: da una Ricerca di Meter condotta in 4 province siciliane (Siracusa, Ragusa, Catania, Messina) su  n. 2800 studenti (scuole medie inferiori in 5 province siciliane) è emerso che n. 130 ha dichiarato di essere stato a contatto con un pedofilo o maniaco sessuale online; n. 37 sono andati ad un appuntamento concordato online mai rivelato ai genitori e solo n. 3 denunciato il fatto. (I risultati dell’indagine conoscitiva saranno pubblicati nei Quaderni di Meter)

 Educarsi all’uso corretto di Internet è una  soluzione impegnativa ma è necessario incoraggiare i bambini e le bambine alla navigazione sicura.

Spiegare la cautela nella comunicazione ad altri dei loro dati personali, accompagnarli nella navigazione e incoraggiarli a navigare con amici e fratelli più grandi, prepararli all’evenienza dell’incontro di cose sgradevoli e dannose sulla rete e chiedere loro di parlarne con voi o con altri amici e fratelli.

Le chat room possono essere divertentissime ma che occorre essere protagonisti e responsabili e non subire passivamente situazioni di disagio o fastidio.

Una nuova cultura che parli di “bio-tecno-etica” e “netiquette” (codici di comportamento online).

 [...]

 []

Il contributo è stato razionalizzato per esigenze editoriali. Il brano risultante non è stato rivisto dall'autore.

Pubblicato il 29 gennaio 2009

* prete "antipedofilia" - Consulente di molti enti istituzionali nazionali ed internazionali tra cui: Nuovo Osservatorio Nazionale contro la pedofilia istituito presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri - Comitato Scientifico della Polizia Postale e delle Comunicazioni contro il fenomeno della pedofilia e della pedopornografia.

 

 

I jeans a vita bassa delle quindicenni

di MARCO LODOLI (*)

INSEGNARE a scuola mette in contatto con le verità del giorno: è come raccogliere uova appena fatte, ancora calde, magari con il guscio un po' sporco. Gli storici interrogano i secoli, ma in una classe di una qualsiasi periferia italiana si ascolta il battere dei secondi. Ebbene, oggi una ragazza di quindici anni, un'allieva che non aveva mai rivelato una particolare brillantezza, ha fatto una riflessione che mi ha lasciato a bocca aperta.

Eravamo negli ultimi dieci minuti di lezione, quelli che spesso si spendono in chiacchiere con gli alunni. La ragazza raccontava di volersi comprare un paio di mutande di Dolce e Gabbana, con quei nomi stampati sull'elastico che deve occhieggiare bene in vista fuori dai pantaloni a vita bassa. Io le obiettavo che lungo la Tuscolana, alle sei di pomeriggio, passeggiano decine e decine di ragazze vestite così.

Non è un po' triste ripetere le scelte di tutti, rinunciare ad avere una personalità, arrendersi a una moda pensata da altri? E da bravo professore un po' pedante le citavo una frase di Jung: "Una vita che non si individua è una vita sprecata". Insomma, facevo la mia solita parte di insegnante che depreca la cultura di massa e invita ogni studente a cercare la propria strada, perché tutti abbiamo una strada da compiere.

A questo punto lei mi ha esposto il suo ragionamento, chiaro e scioccante: "Professore, ma non ha capito che oggi solo pochissimi possono permettersi di avere una personalità? I cantanti, i calciatori, le attrici, la gente che sta in televisione, loro esistono veramente e fanno quello che vogliono, ma tutti gli altri non sono niente e non saranno mai niente. Io l'ho capito fin da quando ero piccola così. La nostra sarà una vita inutile. Mi fanno ridere le mie amiche che discutono se nella loro comitiva è meglio quel ragazzo moro o quell'altro biondo. Non cambia niente, sono due nullità identiche. Noi possiamo solo comprarci delle mutande uguali a quelle di tutti gli altri, non abbiamo nessuna speranza di distinguerci. Noi siamo la massa informe".

Tanta disperata lucidità mi ha messo i brividi addosso. Ho protestato, ho ribattuto che non è assolutamente così, che ogni persona, anche se non diventa famosa, può realizzarsi, fare bene il suo lavoro e ottenere soddisfazioni, amare, avere figli, migliorare il mondo in cui vive. Ho protestato, mettendo in gioco tutta la mia vivacità dialettica, le parole più convincenti, gli esempi più calzanti, ma capivo che non riuscivo a convincerla. Peggio: capivo che non riuscivo a convincere nemmeno me stesso. Capivo che quella ragazzina aveva espresso un pensiero brutale, orrendo, insopportabile, ma che fotografava in pieno ciò che sta accadendo nella mente dei giovani, nel nostro mondo.

A quindici anni ci si può già sentire falliti, parte di un continente sommerso che mai vedrà la luce, puri consumatori di merci perché non c'è alcuna possibilità di essere protagonisti almeno della propria vita. Un tempo l'ammirazione per le persone famose, per chi era stato capace di esprimere - nella musica o nella letteratura, nello sport o nella politica - un valore più alto, più generale, spingeva i giovani all'emulazione, li invitava a uscire dall'inerzia e dalla prudenza mediocre dei padri. Grazie ai grandi si cercava di essere meno piccoli. Oggi domina un'altra logica: chi è dentro è dentro e chi è fuori è fuori per sempre. Chi fortunatamente ce l'ha fatta avrà una vita vera, tutti gli altri sono condannati a essere spettatori e a razzolare nel nulla.

Si invidiano i vip solo perché si sono sollevati dal fango, poco importa quello che hanno realizzato, le opere che lasceranno. In periferia ho conosciuto ragazzi che tenevano nel portafoglio la pagina del giornale con le foto di alcuni loro amici, responsabili di una rapina a mano armata a una banca. Quei tipi comunque erano diventati celebri, e magari la televisione li avrebbe pure intervistati in carcere, un giorno.

Questa è la sottocultura che è stata diffusa nelle infinite zone depresse del nostro paese, un crimine contro l'umanità più debole ideato e attuato negli ultimi vent'anni. Pochi individui hanno una storia, un destino, un volto, e sono gli ospiti televisivi: tutti gli altri già a quindici anni avranno solo mutande firmate da mostrare su e giù per la Tuscolana e un cuore pieno di desolazione e di impotenza. []

Pubblicato il 17 novembre 2008

* giornalista e docente.

 

 

Questione di feeling...

* di Giovanni Cisternino

 

In questo autunno che sa ancora di estate, la scuola torna al centro dell'attenzione. Manifestazioni, cortei, lezioni all'aperto e forme più o meno estrose di protesta sembra stiano lasciando lentamente il posto a paventate azioni di "resistenza" a più lungo termine: blocco dei viaggi di istruzione, delle adozioni dei libri, fino agli  scrutini di fine anno "molto accurati".

Queste pruriginose eruzioni sulla pelle indurita di una scuola ormai fatalmente abituata a fortunali stagionali e croniche carestie sono la reazione ad un fattore allergenico contenuto in  alcuni provvedimenti (uno legato alla finanziaria, l'altro emanato dal MIUR) che, di fatto, sono riusciti a far sussultare all'unisono le due anime dell'universo della formazione in Italia: la scuola e l'università. Intorno a questo fenomeno si è sviluppato un aspro dibattito politico, di cui, ovviamente, non ci occuperemo in questa sede.

Il fattore allergenico, ritengo, non sia tanto derivante dal merito dei provvedimenti adottati dall’esecutivo, quanto dalla sensazione di disorientamento che produce il non riuscire a collocarli convincentemente in un ben definito orizzonte progettuale.

E' da un po' di tempo che non c'è molto feeling tra il lessico della politica e la semantica linguistica e comunicazionale.

Ad esempio, "programma", nella migliore delle ipotesi, è usato come sinonimo di "progetto", senza che questo abbia fatto battere ciglio neppure ai guru del mondo accademico e della produzione della cultura e del pensiero di questo Paese, i quali avrebbero dovuto spiegare con chiarezza scientifica che un programma altro non è che la giustapposizione dei passi necessari per la realizzazione di un progetto, e che al di fuori di questa ottica non ha alcun senso concreto e possibilità di efficacia duratura. Non si tratta meramente di una spocchiosa elucubrazione  sui termini. Non avere chiara questa consecutio porta a delle conseguenze pratiche.

Perseguire un programma senza un progetto ben definito significa rinunciare ad avere un  riferimento costante rispetto al quale definire obiettivi e verificare risultati, ovvero, perdere la possibilità di rimodulare coerentemente iniziative che, a causa di contingenze o differenti esiti delle azioni precedenti, non hanno più la possibilità di essere portate a termine efficacemente.

Significa anche por mano ad un opera già gravata da un peccato originale: la concreta possibilità che tutto venga vanificato dal "programma" di chi verrà in seguito. Di qui la perversa altalena di pseudo "riforme" che affligge la scuola dell'era post-gentiliana.

Avere un progetto, invece, significa dare a tutti la possibilità di capire, verificare e perché no, condividerne l'impianto generale e quindi i singoli momenti riformatori tesi a realizzare non una scuola necessariamente differente, ma una scuola sicuramente migliore.

Qui risiede il secondo equivoco di interpretazione linguistica, probabilmente figlio dalla eccesiva semplificazione propria della comunicazione per slogan e colpevolmente tollerata dalla deriva del pensiero debole.

Il termine "cambiamento" è pericolosamente di moda sulla bocca di tutti gli opinionisti tuttologi, politici e non, e sbandierato in ogni dove senza una chiara indicazione se si identifica il cambiamento  con il tendere ad ottenere una cosa diversa da quella di prima oppure  una cosa migliore. E non è cosa da poco. Perseguire a tutti i costi un "cambiamento"  può essere devastante se questo non coincide con  l'effettivo  "miglioramento".

Il pensiero debole e la politica per slogan e per risultati immediatamente "misurabili", non ha feeling con i sistemi complessi non lineari.

L'educazione e la formazione sono ambiti molto delicati dai contorni mai netti e con scarse  possibilità di stabilire precisi meccanismi di causa-effetto perché si occupano di un materiale vivo e mai passivo, la persona, per cui l'oggetto dell'azione educativa coincide fatalmente con il soggetto della stessa.

L'unica via per non imboccare strade senza uscita è la consapevolezza che in questo ambito complesso e fluido è necessario agire fondandosi su un chiaro e condiviso PERCHE', ovvero su precisi principi culturali e pedagogici che nel contenzioso odiern è sfuggito di chiarire.

Sarebbe, inoltre, il caso di gettare una luce sul CHI. Sapere che dietro tutto questo c'è un insieme di figure eminenti dell'azione e del pensiero pedagogico italiano (che fa scuola in tutto il mondo) aiuterebbe a stabilire un clima di fiducia anche sulle cose che non riusciremmo a capire immediatamente.

Rispetto ai conseguenti  quando, come e dove  la prassi di un pacato e sostanziale confronto democratico lungo tutta la filiera del processo decisionale, aiuterebbe a creare un feeling differente. Metodologie sfacciatamente decisionistiche mortificano l'opinione pubblica e demotivano coloro che, passata la buriana e al di fuori degli slogan e dei riflettori, la riforma devono attuarla, con le immaginabili conseguenze sul piano del rapporto costi/tempi/risultati.

Ciò servirebbe anche a  sgombrare il campo dal pericolo di letture ideologiche attivando una fase di  profondo lavoro di studio e di confronto.

Infine, lungi dal voler produrre facili ricette, mi sembra di poter fare delle osservazioni dettate più dal comune buon senso che dall'acume politico:

  • la giusta razionalizzazione della spesa non può pregiudicare la qualità e l'effettiva efficacia della formazione scolastica e umana assicurata agli studenti;

  • "razionalizzazione" non è sinonimo di "riduzione";

  • la professionalità dei docenti e del personale della scuola è degna di attenzione e rispetto, pertanto, vanno tenuti presenti anche i risvolti  occupazionali;

  • la razionalizzazione della rete scolastica non può "pesare" sulle spalle degli utenti perchè questo sarebbe foriero di concrete discriminazioni sociali;

  • non è possibile pensare ad un progetto formativo per compartimenti stagni. Chi è nel mondo della scuola sa benissimo che il sistema formazione è sinergico e, non ci si scandalizzi, ha il dovere di prende valutare e prendere posizioni anche su provvedimenti che non lo riguardano direttamente.

D'altro canto, appare evidente che anche l’esclusivo ricorso ad azioni di bieca rivolta non faccia il bene della scuola, e in questo senso tutti siamo chiamati a responsabilizzarci sul valore di un pro-testa che sia innanzitutto "pro" ovvero tesa alla ricerca di soluzioni percorribili e poi anche fatta con la "testa" cioè intelligente e formativa di per se stessa. L'autunno probabilmente continuerà ad essere caldo, speriamo solo che non lasci il posto al gelo dello scoramento e della conseguente disaffezione.

Sono certo che ogni  genitore, studente, insegnante, operatore e politico di buona volontà aneli ad un momento di confronto in cui nessuno sia il "nemico" ma soltanto un "pensiero differente". E questa speranza non è riposta tanto nel che cosa, ma soprattutto nel come si arriverà alla definizione dei un progetto organico, al filo rosso che si sarà saputo tessere tra le varie anime che hanno a cuore il destino della nostra scuola. Insomma sarà questione di feeling.[]

 

 

* docente di scuola secondaria superiore.

 

pubblicato il 31.10.2008

 


 

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Ultimo aggiornamento: domenica, 29 gennaio 2012.