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CRONISTORIA DEGLI EDITORIALI SU FOCUS
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Lettera agli
Insegnanti italiani
di James
Hillman (*)
I miei
pensieri oggi si reggono su una distinzione fondamentale che
specificherò in questa frase iniziale: l’insegnare e l’imparare non
devono essere confusi con l’educazione e possono persino essere impediti
dall’educazione. Inoltre, se questa distinzione è fondamentale,
allora sarà precedente ai progetti per la riforma dell’educazione, alla
certificazione degli insegnanti, alle missioni e e agli scopi dei
programmi educativi, ai contenuti dei curricula, e ad altri
dibattiti che impegnano cittadini ed esperti.
La
distinzione può essere posta in termini semplici e pratici. Qualcosa
quasi naturalmente vuole imparare, specialmente nell’infanzia. Come
usare una sega, cucinare un uovo strapazzato, ricordare i versi di una
canzone? Dove va il sole quando scende "giù"? e dove sono i pettirossi
d’inverno, e perché le anatre non annegano come i polli.? Qualcosa
dentro di noi vuole sapere dove, come, quando, che cosa. Porre domande è
innato alla psiche umana. Un bambino fa domande agli insegnanti, ai
genitori, agli amici, persino ai libri, per soddisfare la sete di
apprendere, anche fino al punto di un comportamento ossessivo,
ritualistico, dove "perché ?" si ammucchia su "perché?" su "perché ?".
Possiamo imparare ponendo delle domande, ma impariamo ancora di più
osservando, ascoltando, imitando, sperimentando e assorbendo
sensualmente il mondo che ci circonda. Il bambino, come facciamo noi
stessi, tiene un occhio all’esterno e un cuore aperto per il dove e il
che cosa e specialmente il chi può soddisfare questo desiderio
d’imparare.
In
corrispondenza con questo desiderio d’imparare c’è un impulso a
insegnare, egualmente innato. Qualcosa, di nuovo piuttosto naturalmente,
vuole rispondere a una domanda, dimostrare, spiegare, correggere. " Su
dammi quello; lascia che ti mostri come si fa." "Non tenere la sega così
stretta. Lascia che siano i denti a fare il lavoro." " La pioggia?
Ebbene, noi facciamo la pioggia nella nostra stanza da bagno: guarda
come il vapore del bagno fa delle piccole goccioline sulla superficie
fredda dello specchio."
La
relazione fra l’imparare e l’insegnare è animale, naturale, data, dotata
di ubiquità; non è tanto il prodotto della civilizzazione e della
cultura quanto la loro base. La cultura chiama questa relazione
tradizione; la civilizzazione, educazione. Comunque diamo forma a questa
relazione, l’insegnante e l’allievo, la guida e l’apprendista,
l’esperienza e l’innocenza, il sapere e l’ignoranza, il pieno e il vuoto
sono costituenti costanti della vita interiore dell’anima. In quanto
tali, appartengono non solo ai primi anni o alle prime fasi
dell’indagine. La ricerca di un insegnante, di un insegnamento e il
desiderio d’insegnare continuano in modo importante nella tarda vita .
Uno dei momenti più miserevoli della tarda vita è quello in cui
l’impulso ad insegnare viene frustrato: nessuno vuole ciò che si può
insegnare.
Fra
questi due impulsi e la loro affinità l’uno per l’altro viene
l’Educazione. Immaginate l’Insegnare e l’Imparare come un fratello e una
sorella, un poco perduti nel bosco, come Hansel e Gretel nella fiaba,
catturati dalla strega, l’Educazione, e sempre sul punto di essere
divorati dall’insaziabile appetito di quella strega. L’intervento
dell’Educazione sembra piuttosto ragionevole: mira a facilitare la
serendipità (1) della relazione rimuovendo la casualità e controllando
il contingente. Soprattutto l’educazione esteriorizza e sistematizza la
relazione nella "scuola" (istituzioni educative). Tenta di mettere in
contatto i giusti (qualificati) insegnanti con i giusti (selezionati)
allievi. Così l’insegnare e l’imparare divengono personificati in classi
di persone: quelli che possono e quelli che non possono; quelli che
sanno e quelli che non sanno. La vocazione innata diventa una
professione accreditata. Il potere inevitabilmente fa seguito alla
divisione in classi, che minaccia l’insegnare e l’imparare con la paura
dell’"altro". Gli insegnanti temono i loro studenti; gli studenti i loro
insegnanti, minacciando l’educazione stessa e conducendola a definire il
suo ruolo non tanto come uno strumento di agevolazione, ma come
un’autorità impositiva. In questo modo l’educazione separa l’insegnare e
l’imparare. Pure la storia dell’autodidatta mostra che i due elementi
potenziali nella natura umana sono funzioni complementari. Quanto
ciascuno di noi ha imparato e ancora impara insegnando a se stesso da
solo!
L’educazione richiede un intero esercito di amministratori, esperti,
specialisti; divisioni in classi, unità, soggetti, discipline,
dipartimenti; conseguimento di traguardi, gradi, prove, valutazioni; e
naturalmente bilanci preventivi, supervisione, responsabilità
misurabile. Pure l’educazione si suddivide in due specie: primaria e
superiore, tecnica e classica, scienze ed arti; riparatrice ed avanzata.
Il misterioso lavoro emotivo di insegnare e imparare viene cooptato
nelle forme esteriori che mirano a farlo avvenire. In verità,
l’insegnare e l’imparare scompaiono in vicoli laterali e in occasioni
segrete. Dei lunghi anni trascorsi nella scuola quanti pochi episodi di
illuminazione conservati nella memoria, quanti pochi momenti di
insegnamento che hanno acceso un fuoco! Anche per gli insegnanti solo
una manciata di studenti da tante classi realmente "connesse" restano
ben presenti nella memoria.
Potrebbe sembrare che la distinzione che sto tracciando segua un vecchio
spartiacque fra ciò che William James - che fu lui stesso molto
interessato all’insegnamento (Conversazioni con gli insegnanti,
1899) - chiama le menti "dure" e quelle "tenere". Questa divisione
domina la teoria pedagogica come l’opposizione tra disciplina e libertà,
tra il classico e il romantico, fra le nozioni del bambino come
selvaggio e il vuoto bisognoso del battesimo e la disciplina o il
bisogno innato assennato e creativo di opportunità ed espressione.
Potrebbe sembrare che la mia enfasi sul desiderio istintivo di imparare
e insegnare segua un lato di questo spartiacque, cioè il Romanticismo di
Rousseau, Pestalozzi, Frobel, Montessori e Alice Miller, i quali tutti
sottolineano l’elemento idiosincratico piuttosto che quello nomotetico,
privilegiando l’individuale sulle necessità collettive della società.
Ma
questa non è la mia intenzione. Io sfuggirei da questo spartiacque del
tutto, perché la coppia insegnare-imparare, nonostante preceda
l’educazione non può subire un’interpretazione letterale in un programma
d’educazione. Io cerco di fuggire dalle ideologie che annunciano, o
denunciano, programmi in ciascuna direzione: da una parte, modelli più
duri di contatto intensificato fra insegnanti e studenti, o, dall’altra,
una tenera educazione in classi collaborative e l’istruzione scolastica
a casa. Se io optassi per un progetto diventerei un educatore, mentre
sono solo uno psicologo. Cerco di descrivere ciò che giace nell’anima
dell’educazione piuttosto che prescriverne la forma. Voglio solo che
l’affinità innata fra l’insegnare e l’imparare, e l’idea di ciò come di
un fatto primordiale, restino vive nell’anima.
L’educazione oggi assorbe il cinque per cento del prodotto mondiale
nazionale lordo; l’educazione è la più grande industria del mondo.
Enormi difficoltà stanno schiacciando le scuole nel mondo -
l’enumerazione delle quali sta quasi schiacciando anche questa
conferenza. Sebbene queste difficoltà appaiano nella psiche turbata di
insegnanti e allievi, esse non sono radicate nell’insegnare e
nell’imparare. Infatti l’immediatezza di quel rapporto è un porto
sicuro, una salvezza dai problemi dell’educazione. Per la gioventù ci
sono pochi rifugi, poche fughe dai problemi dell’educazione contro i
quali c’è tanta ribellione, sia diretta - come il rifiuto della scuola,
la violenza e i desaparecidos o scomparsi - sia indiretta, nei
sintomi psicologici che ostacolano l’imparare, ad esempio "i disturbi
dell’imparare". Gli insegnanti, presi fra le richieste dell’educazione
da una parte e la ribellione degli studenti dall’altra, sono in una
posizione simile a quella di un medico verso il paziente, di un avvocato
verso il cliente, di un giornalista verso la fonte, del prete verso il
peccatore.
Sono
obbligati dalla loro fedeltà alla loro coppia a stare con i loro
studenti i cui sintomi rappresentano una resistenza a quel disordine
generale dell’imparare chiamato "educazione".
Immaginate! La psiche si ribella contro il vero imparare che una società
guidata dall’economia insiste nel ritenere di primaria importanza. Devi
ricevere un’educazione, avere un’educazione, perché allora
sarai più vendibile, servendo l’economia e alzando il Pil. Ecco perché
gli insegnanti sono risorse nazionali, fornire le loro prestazioni
soddisfa le quote di produzione stabilite per loro! L’educazione come
merce, come un investimento di capitale che serve alla competizione del
libero mercato. E’ questo ciò a cui i sintomi dicono "no" ? E’ questo
ciò che il rifiuto della scuola in definitiva significa?
Qualcosa si sta ammalando nel cuore dell’educazione; è malata nel cuore,
e questo cuore non può essere ristabilito con semplici esercizi di base
o con una nuova dieta dell’anima, né questo cuore può essere sostituito
da una macchina ad alta tecnologia.
II
Possiamo osservare il cuore dell’insegnare in azione in tre esempi
tratti dalle biografie di scrittori distinti. James Baldwin il
romanziere e saggista americano, ricorda: " un edificio scolastico…
terribile, antico; scuro, cupo e a volte pauroso. In una classe di
cinquanta bambini, per lo più neri, un’insegnante Orilla Miller - una
giovane insegnante di scuola bianca, una donna bellissima… che amavo… in
modo assoluto, dell’amore di un bambino", riconobbe una qualità in
questo bambino nero di dieci anni. "La giovane donna del Midwest era
sorpresa dalla vivezza d’ingegno di questo bambino dei bassifondi".
Scoprirono un interesse comune in Dickens; lo leggevano entrambi ed
erano ansiosi di scambiare opinioni. Anni più tardi, dopo essere
diventato famoso, Baldwin scrisse alla sua vecchia insegnante, chiedendo
una fotografia. "Ho tenuto il tuo volto nella mia mente per molti anni".
Un
altro resoconto; questo di Elias Kazan, lo straordinario regista
cinematografico: "Quando avevo dodici anni ebbi un colpo di fortuna,
l’incontro con la mia insegnante dell’ottavo grado, Miss Shank influenzò
il corso della mia vita… Mi prese in simpatia… fu lei a dirmi che avevo
dei begli occhi marroni. Venticinque anni più tardi, mi scrisse una
lettera. ‘Quando avevi solo dodici anni’ scrisse ‘la luce cadeva dalla
finestra attraverso la tua testa e la tua fisionomia e illuminava
l’espressione del tuo volto. Pensai alle grandi possibilità che erano
nel tuo sviluppo e …’. Miss Shank si avviò sollecitamente a sottrarmi
alla tradizione della nostra gente riguardo al figlio maggiore e a
indirizzarmi verso… le discipline classiche".
Un
terzo esempio è quello di Truman Capote, un tipico "bambino difficile",
che faceva tutto quello che poteva per disturbare la classe e provocare
i suoi insegnanti. Ma incontrò la simpatia della sua insegnante di
scuola media, Miss Wood. Condividevano un interesse per Ibsen. Miss Wood
invitò spesso il giovane Capote a cena, lo favoriva in classe e
incoraggiava i suoi colleghi a fare altrettanto.
"Mi
prese in simpatia" ha detto Kazan; " Ho tenuto il tuo volto nella mia
mente per molti anni", ha detto Baldwin; Miss Wood invitava Capote a
casa per mangiare insieme e gli forniva ciò che desiderava in classe.
Miss Shank "mi disse che avevo dei begli occhi marroni", ha detto Kazan.
Queste schizzi ci dicono che c’è un modo di valutare indipendente dagli
esami. L’insegnare vede con l’occhio del cuore. Noi non crediamo più in
questa specie di visione: "…la luce cadeva dalla finestra attraverso la
tua fisionomia e illuminava l’espressione del tuo volto". Ma al giorno
d’oggi, forse specialmente negli Stati Uniti, vediamo solo con l’occhio
dei genitali. L’attrazione che ha appassionato questi allievi e questi
maestri oggi sarebbe seduzione, manipolazione, persino abuso. Agli
insegnanti è consentito di essere chiamati dalla bellezza; l’educazione
permette che l’eros si risvegli?
Ma se
dovesse risvegliarsi, allora l’eros non corromperebbe l’obiettività e
l’eguaglianza?
Può
darsi che proprio qui risieda la ragione più profonda dei computer
all’interno dell’aula: essi sono completamente imparziali. Non c’è eros
nel programma.
Niente
eros neppure nell’accademia - una mancanza comune in istituzioni di
istruzione superiore. I professori non ascoltano le lezioni degli altri,
leggono i saggi degli altri. Borsisti e ricercatori non amano
l’amministrazione; gli amministratori non amano i professori. Il
personale è "di una classe più bassa", persino al di sotto degli
studenti. Gli studenti mettono in contatto i loro cuori affamati con la
loro sete di conoscenza che sarà mandata via dalle vane preoccupazioni
della facoltà, loro stesse in cerca di amore. La trappola sessuale
diviene l’unico accesso all’eros nell’università.
Gli
esempi di Baldwin, Capote e Kazan rivelano qualcosa di particolare
riguardo all’eros dell’insegnare. Ciò che fece riunire le coppie, la
reciproca attrazione, fu una visione comune. L’amore fiorì perché
condividevano una fantasia. Per Baldwin e Miss Miller, Dickens; per
Capote e Miss Wood, Ibsen e Undset; per Kazan, la visione di un futuro
umanista. Essi percepirono la bellezza l’uno nell’altra e permisero la
vicinanza. (Capote veniva a casa per cena; Miss Shank studiava il volto
e gli occhi di Kazan; Miss Miller dava a Baldwin il suo tempo privato).
Quando l’eros è represso cade in un’intimità clandestina. Pure impariamo
attraverso la vicinanza - osservando le mani del maestro al lavoro,
ascoltando le inflessioni vocali, contagiati dalla gioia del compito.
Uno degli studenti di Socrate dice (Teagete 127 Bff): " Ho fatto
progressi ogni volta che ero insieme a te… e sono progredito più
rapidamente e profondamente quando mi sono seduto vicino, accanto a te e
ti ho toccato". Mentre per l’educazione nello stesso passaggio (128B)
Socrate dice: " Non so niente di questo raffinato sapere dei Sofisti; io
ho soltanto un piccolo corpo di sapere: la natura dell’amore (tà
erotika)".
E’
importante mantenere distinte nella mente le molte specie di eros. I
filosofi della Chiesa potrebbero elencare una quarantina di specie di
relazioni amorose, come i soldati in armi, i compagni in un viaggio, le
suore in un ordine, il servo e il padrone, fratelli e sorelle, e
naturalmente madri e figli, mariti e mogli. Ciò che in particolare il
mentore divide con il suo o la sua protetta è un amore nato da una
fantasia comune. La loro dedizione non è tanto per ciascuno come amanti
quanto - in questi casi di scrittori - per la lingua inglese. I loro
demoni sono in armonia, ciascuno aiuta l’altro a soddisfarsi. Insegnare
e imparare sono necessari l’uno all’altro e, come Hansel e Gretel si
salvano l’uno con l’altro. Così l’insegnante non è un genitore
sostitutivo che procura allo studente i soldi per il pranzo e scarpe
nuove. Miss Miller e Miss Wood e Miss Shank nutrivano le anime degli
studenti e mettevano il fuoco nei loro spiriti.
III
Prima
di concludere questo discorso rivolto agli insegnanti mi piacerebbe
rendere più chiaro un pensiero. Nonostante il titolo di questo Convegno,
la base dell’insegnamento nel Ventunesimo secolo non è diversa da quella
di qualunque altro, anche se il contenuto e la forma dell’educazione
subiscono le esigenze della storia. Il fatto che l’educazione presti il
suo corpo alla piazza del mercato nella nostra epoca, non è diverso
dalla sua prostituzione alla dottrina politica nell’era di Stalin e
Hitler, o Mao e Pol Pot, o alla Chiesa nella Francia della Scolastica, o
all’ortodossia musulmana nelle scuole del Medio Oriente.
All’insegnamento si chiede sempre di sottomettersi senza protestare di
fronte ai dogmi educativi: lo testimoniano il destino di Socrate, la
persecuzione degli insegnanti irlandesi nelle scuole di trincea durante
la dominazione inglese. A causa del potere degli istituti educativi, il
vero imparare, analogamente alla psicanalisi, diventa sovversivo.
L’imparare deve nascondersi all’interno dell’educazione come abbiamo
visto nei tre piccoli bambini e nei loro insegnanti, dove una corrente
erotica lega in modo sovversivo l’insegnante e lo studente. Marsilio
Ficino, uno dei più autorevoli insegnanti d’Europa di sempre, si riferì
a questo imparare nascosto e sovversivo come contro-educazione. Noi
impariamo ciò che è ufficialmente insegnato, e re-impariamo il contrario
o ciò che sta più profondamente nel suo interno, vedendo in esso e
attraverso esso, decostruendo, diciamo, con il chiedere ulteriormente:
"questo materiale, questo metodo, questa ipotesi che cosa significano
per l’anima?". La contro-educazione interiorizza e individualizza, come
ha detto Ficino, le uniformità dell’educazione. Individualizzare
l’educazione, cioè collocare l’imparare all’interno dell’anima di
qualcuno, esige l’eros, non perché l’individualizzare favorisce uno
studente a scapito di un altro, il cosiddetto "prediletto
dell’insegnante", ma perché l’eros incendia il particolare stile di
desiderio di ogni persona.
Con
"uniformità" mi riferisco a modelli di prove, misure di intelligenza,
gradazioni attraverso livelli, libri di testo uniformi, divisioni del
tempo, architettura delle aule scolastiche, ecc. L’idea autentica
dell’uniformità educativa, dell’universalità stessa, è stata
radicalmente sfidata teoricamente da Howard Gardiner, a Harvard, e molto
tempo fa da Giambattista Vico a Napoli. Per Vico i veri universali dai
quali potevano essere derivati i modelli sono i miti classici, che ha
chiamato universali fantastici, cioè i tipi archetipici che
governano l’immaginazione e dai quali dipende lo stesso pensiero. Questi
universali mostrano come la natura umana immagina i suoi
problemi, viene a contatto con essi, ed effettua scelte di valore. Essi
offrono un modo di pensiero umanista o quella che può anche essere
chiamata una base poetica della mente che è capace di superare il
nichilismo etico dell’educazione contemporanea e l’ottusità estetica
travestiti e rinforzati dal "metodo obiettivo".
Così,
seguendo Vico, la base archetipica della mente è un substrato sia di
logica che di sogno, di scienza e di arte, di passato e di presente, di
obiettività e di soggettività. Mentre Vico propone le molteplici persone
e storie e valori dei miti nella loro immensa differenziazione, Gardiner
mina l’uniformità dimostrando che l’imparare dev’essere molteplice
perché l’intelligenza è molteplice. L’imparare e l’insegnare devono
seguire una varietà di pensieri. Una dimensione non va bene a tutto.
Anche la nozione di "misura" può essere liberata dalla sua angusta
denotazione - significati matematici e statistici - per modi che tengono
chi e perché e che cosa è stato misurato; per esempio, l’estetica, la
narrativa, la morale o le capacità del corpo.
Ma ora
sto andando oltre il mio semplice tema e sto trasgredendo nel campo
delle idee educative, idee per rifondare l’educazione lungo linee che
derivano da Vico e Gardiner, il che implica che il primo compito
dell’educazione sarebbe di psicoanalizzare se stessa, di decostruirsi
trovando i miti che suggeriscono i suoi programmi. Pure, qualunque cosa
venga proposta da chiunque, dovunque, la techne e la praxis
di tutti i programmi educativi, la realtà di ogni adempimento
dipende dall’affinità naturale fra la coppia archetipica: l’Insegnante e
lo Studente.
Note
(1)
Dall’inglese serendipity. Lo scoprire qualcosa di inatteso e
importante che non ha nulla a che fare con quanto ci si proponeva di
trovare o con i presupposti teorici sui quali ci si basava. Il
significato del termine trae origine dalla fiaba persiana I tre
principi di Serendip, nella quale gli eroi protagonisti
posseggono appunto il dono naturale di trovare cose di valore non
cercate.
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Le violenze sui bambini all’epoca di
Internet.
di Don Fortunato Di Noto (*)
“Vidi la sofferenza dei
bambini e me ne sono preso cura”. E’ parafrasando
una frase dell’Esodo, in merito alla schiavitù
d’Egitto del popolo di Israele e ricevendo un dono
quello di aver avuto il coraggio di “guardare e
amare” questa atroce sofferenza dei piccoli che ha
fatto scaturire un servizio, meglio una “diaconia
per l’infanzia” nella Chiesa e nella Società.
L’Associazione Meter è per noi un dono che raccoglie
il dolore e le ferite sull’infanzia e cerca di
ridare speranza. Abbiamo dovuto schierarci con
maturità e competenze, senza facili allarmismi,
dalla parte del dolore che i bambini (e spesso anche
le loro famiglie) subiscono, un dolore scaturito
dalle violenze spesso gratuite. Con la pedofilia i
bambini non sperimentano nessun amore.
Una
violenza dai contorni inquietanti e spaventosi.
Secondo l’ultimo Rapporto ONU 2006 almeno 54.000
minori sono stati uccisi nel 2002; 223.000 costretti
a rapporti sessuali o comunque a contatti fisici
forzati; 218 milioni di bambini sono lavoratori, di
cui 126 milioni coinvolti in attività rischiose, 5.7
in lavori forzati o imposti per estinguere il debito
contratto; 1.8 milioni sono vittime del giro della
prostituzione e della pornografia; 1.2 risultano
essere vittime del traffico di esseri umani; e tra i
100 e 140 milioni di ragazze hanno subito una
mutilazione genitale1.
Tale
violenza, spesso, rimane nascosta e socialmente
accettata; per molti bambini è una routine. Nella
maggior parte delle volte è commessa da persone di
cui i bambini si fidano e comprende la violenza
fisica, psicologica, la discriminazione, l’abbandono
e il maltrattamento. La grande differenza tra maschi
e femmine è che, i primi, sono più a rischio di
violenze fisiche rispetto alle seconde, le quali
sono invece più soggette a violenze sessuali,
abbandono ed induzione della prostituzione2.
Secondo uno studio mondiale elaborato dopo quattro
anni di ricerche, infatti, è risultato che 150
milioni di bambine nel mondo, ossia circa il 14%
della popolazione infantile del pianeta, sono
vittime proprio di abusi sessuali, mentre i maschi
sottoposti a tali brutalità sono circa 73 milioni.
E’ indubbiamente un olocausto silenzioso che si
chiama prostituzione, pedofilia, pedopornografia,
accattonaggio, adozioni illegali, lavoro forzato,
matrimonio forzato, prelevamento di organi e
arruolamento in gruppi armati. E’ una carneficina
continua di vite umane che alimenta le sparizioni,
le torture e la morte di piccoli in ogni dove; e,
spesso, dietro di essa dimora una cruda verità: al
mondo, centinaia di bambini sono orfani con genitori
vivi. Da qui, il passo per venire risucchiati nei
vortici più differenti, è breve.
In Italia, secondo i
dati del DAC (Direzione anticrimine centrale della
Polizia di Stato), nella prima metà del 2005 le
segnalazioni di reati sessuali nei confronti dei
minori sono state 410 (407 delle quali risolte).
Le bambine sono le più colpite, sia italiane che
straniere. Nel 77,4% dei casi sono loro le vittime
degli abusi, fin da piccolissime, così sono loro ad
essere maggiormente riprese in filmini e foto
pedopornografiche. La fascia di età più
colpita, sempre secondo i dati del DAC, è quella
compresa tra gli 0 e i 10 anni. Su un totale di 471
vittime di abusi sessuali al di sotto dei 18 anni,
165 (il 35%) aveva da 0 a 10 anni, 164 (il 34,8%)
tra gli 11 e i 14 anni, il resto (142) tra i 15 e i
17 anni.
Chi compie abuso sessuale nell’82,4% dei casi
conosce la vittima. I dati ufficiali concordano nel
dire che le violenze sessuali, che avvengono
nell’ambito familiare (intra ed extra), vedono per
un 30% dei casi identificarsi nei conoscenti, nei
partner occasionali o nei conviventi non stabili il
child sexual offender; e solo per un 19%
circa, una percentuale comunque non irrilevante, le
offese e i reati sono compiuti dal padre, dal nonno,
dal cugino. Sono in aumento, infine, le violenze
perpetrate da donne a danno di minori: la
percentuale si aggira attorno al 4-7%.
Nel mondo di Internet, poi, è imprecisata la
quantità di materiale pedopornografico online. In
Italia, la Polizia Postale, negli ultimi sette anni,
ha monitorato 247.938 siti web, di cui 154 solo nel
nostro paese. Le persone finite in carcere sono
state 166, 3.187 le perquisizioni, 3.483 i soggetti
denunciati. Questi dati si aggiungono a quelli
derivanti dall’attento monitoraggio e dagli studi
sociali dell’associazione Meter in merito alla
pedofilia online. In tal senso, l’associazione stima
che circa 700.000 filmini pedo-porno siano stati
prodotti negli ultimi 12 anni. Un business in cui
coinvolti sarebbero dai 2 ai 3 milioni di bambini,
da pochi mesi fino a 12 anni. Secondo un attendibile
studio di Max Taylor3, esperto di
pedopornografia e coordinatore del progetto “Copine”
(UE), su 50.000 foto visionate l’età media delle
vittime oscillava dai 4 agli 11 anni.
Come ogni nuova tecnica neanche quest’ultima, quella
di Internet, non manca di suscitare paura per i
minori. Non si tratta soltanto della moralità del
suo uso, ma anche delle conseguenze radicalmente
nuove che esso ha determinato: perdita del ‘peso
specifico’ delle informazioni, assenza di reazioni
inerenti ai messaggi della rete da parte di persone
responsabili, effetto dissuasivo quanto ai rapporti
interpersonali. E in un certo qual senso ha
globalizzato il crimine e la violenza sui bambini.
Non è l’utilizzo del mezzo, o il mezzo ad essere
incriminato, ma le violenze reali che filmate e
fotografate, alla fine il prodotto viene venduto,
ceduto, detenuto per questa nuova forma di violenza
rappresentata dalla pedopornografia online che
alimenta mercati criminali a danno dei bambini. Siti
web, forum, programmi di file-sharing sono ottimi
mezzi per reperire materiale o individuare minore al
fine di prestazioni sessuali.
Internet suscita ancora oggi fascino, e sarà sempre
il canale di comunicazione più utilizzato nel mondo;
ma non è meno la reazione di paura, sconcerto,
repulsione, non sicurezza, pericoli per i minori che
utilizzano le chat, i newsgroups, i forum. Possono
essere adescati con discorsi persuasivi e che
riempiono i vuoti d’affetto e d’amore della loro
esistenza. Ma un bambino amato, non sarà mai
adescato e abusato. Il PC e Internet è ormai
presente per il 45% nelle case degli italiani; se
nel 1981 i PC che costituivano la Rete Internet
erano 213, oggi è’ uno spazio planetario e
sconfinato: 1993: 2.217.000 siti a 233.101.000 nel
2003.
Dai 655 milioni di utenti (Ricerca Network Wizards,
2004) si prevede che nel 2008 saranno 1milardo e
800milioni. E’ uno spazio libero e non esiste
discriminazione, ma oggi dominato dalle
multinazionali delle comunicazioni. C’è e puoi
trovare tutto di tutto di piu’, fino
all’inverosimile. E’ un territorio transazionale,
senza dogane ma ogni stato si è dato delle leggi,
delle norme, delle regole. Non sembra esistere
nessuna forma di censura e ci sono delinquenti e
persone per bene. Non si basa su teorie ma è una
grande palestra di improvvisazione e creatività.
Pertanto Internet è un potente strumento di
comunicazione. Internet permette ai minori e a tutti
di accedere ad una grande quantità d'informazione,
di materiale educativo, d'intrattenimento. I
benefici e i vantaggi offerti da Internet non
possono essere negati. Ma oltre a questi benefici
ci sono "pericoli" - la cui esistenza non deve
essere dimenticata - all'interno di siti web, chat
room, e-mail.
Ci sono persone che sfruttano Internet per esporre i
bambini a contenuti e materiali perversi, ad
amicizie inappropriate.
Oltre alla pornografia e alla pedofilia, su cui
generalmente si accentra l'attenzione quando si
parla dei pericoli in Internet, ci sono altri
pericoli nel cyberspazio: l'esaltazione della
violenza e della crudeltà, la disinformazione e
l'istigazione all'odio, la pubblicità di tabacco e
alcool, siti che raccolgono e vendono informazioni
private sui nostri figli e sulla nostra famiglia,
che usano le strategie di marketing interattivo .
“Stiamo esplorando nuove vie, nuove frontiere,
siamo i pionieri della pedofilia online”. (da un
dialogo tra il sottoscritto e un pedofilo online,
debitamente denunciato nel 1999) e “I
pedofili vanno dove vanno i bambini. E i bambini
sono sempre più contagiati dalla febbre del
cyberspazio”. La denuncia è del 1994, ma in
parte fu molto sottovalutata.
E per completare e delineare il quadro : “La prima è
che fintantoché esisteranno persone sentimentalmente
e sessualmente attratte da bambini e adolescenti,
continuerà naturalmente ad esistere anche quello che
chiamano "verbo pedofilo", e fintantoché saranno
vittima di soprusi, queste persone cercheranno di
mettersi insieme per sostenersi a vicenda e per far
valere i propri diritti. La seconda (che è poi una
conseguenza della prima) è che su Internet i
pedofili sono venuti per restarci, e che i pedofili
non hanno alcuna intenzione di lasciarsi intimidire
“ (DPA, redazione italiana pedofila).
Ora si comprenderà il lavoro che dal 1995, ma la
prima denuncia e segnalazione è negli anni 1990, il
lavoro costante, duraturo e maturato nel tempo della
Associazione Meter.
L’associazione Meter, dal 1995, ha
segnalato circa 170.000 siti pedofili e
pedopornografici; e migliai di siti a contenuti
estremo, estremamente inappropriato per i bambini.
Dal 2003 al 2005, i siti sono stati 27.844.
Nel 2006 sono stati denunciati n. 9632 siti
pedofili. In particolare, nel solo 2005, i siti
segnalati alle Polizie Europee ed Internazionali
(FBI, Interpol, Polizia Spagnola, Portoghese,
Australiana, Svizzera, Tedesca, Brasiliana, alla
Gendarmeria Francese….) sono stati 5342 siti. Le
nazioni dove essi erano allocati sono, per ordine di
importanza: Usa, Russia, Brasile, Spagna, Australia,
Francia, Polonia, Iran, Iraq, Giappone, Italia,
Germania, Inghilterra, Repubblica Ceca, Romania,
Nigeria, Israele. L’associazione Meter ha rilevato,
poi, che i bambini coinvolti erano: per il 70% di
razza bianca, per il 20% di provenienza asiatica ed
africana, e per il 10% di origine araba e
mediorientale4; di cui, sempre, su un
campione di 6780 foto, è emerso che per il 78% le
vittime erano femmine e per il 22% maschi5.
Alcuni di essi, i bambini ritratti, anche a distante
di anni sono stati individuati.
I pedofili online, sono pedofili reali. Alla
comunità pedofila appartengono: I normali
disturbati; acculturati e snob; estatici cultori
bellezza infantile; feticisti di biancheria intima
di bambini; infantofili (amanti dei bambini con il
pannolino e oltre : età di preferenza 0 – 5 anni);
amanti della pornografia su bambini disabili; amanti
dei piedi e gambe dei bambini; foto neonati;
sadici; estremi; necrofili, amanti delle ecografie
che riprendono i particolari dei genitali in
formazione; ed anche gli occasionali trasgressivi
che alimentano la domanda e il mercato
pedopornografico.
Dalle
denunce dell’associazione Meter
importanti inchieste nazionali ed internazionali
hanno preso avvio, e proprio in nome della
salvaguardia dei minori l’attività dell’associazione
- che nasce ad Avola (SR) non si limita al
monitoraggio della pedofilia online ma estende la
sua azione ad ampio raggio. Il suo obiettivo è
quello di prevenire le varie forme di abusi e
maltrattamenti a cui i bambini possono essere
sottoposti da parte di adulti o di altri minori,
progettando interventi mirati di aiuto concreto alle
vittime, del tutto gratuiti.
A livello internazionale, il mercato dello
sfruttamento sessuale dei minori, assicura un
incasso annuo di 12 miliardi di Euro, a fronte delle
ridicole cifre con cui un adulto – sia pedofilo che
turista sessuale – può violentare un minore: 5$
circa in Brasile, Russia, Vietnam, Filippine; 10$
circa in Cina, Nepal, Thailandia, Repubblica
Dominicana, Pakistan, Sri Lanka; 20$ circa in India;
30$ circa in Giappone; 50$ circa in Taiwan6.
E visto che il minore, specialmente fino ai 12 anni,
è l’oggetto sessuale preferito dei pedofili e delle
loro organizzazioni, la pedopornografia è una grossa
componente di questo introito potenziandolo
continuamente. Si pensi che METER ha denunciato alle
Agenzie di Law Enforcement internazionali, europee
nonchè alla Polizia italiana, dal 1995 ad oggi,
circa 170.000 siti pedopornografici.
I prezzi delle foto pedopornografiche variano a
seconda del livello di abuso e perversione a cui è
sottoposto un minore: 30$ un kit di 20 foto; dai 100
ai 200$ foto “rare” (rapporti sadomaso in cui
coinvolti vi sono minori, violenze estreme di vario
genere, rapporti sessuali con animali, rapporti con
neonati o bambini disabili); dai 70 ai 200$ i video
pedopornografici; circa 20.000$ un filmato in cui il
minore viene ucciso (“snuff movie”): che non è una
leggenda metropolitana. Infine, un abbonamento
settimanale che assicura 50 foto pedoporno costa
circa 35$; mentre 150$ per un abbonamento che offre
foto “rare” con bambini tra i 2 e i 6 anni. In uno
dei vari siti scoperti dall’equipe METER, e
denunciato nel novembre del 2002, gli “amanti dei
bambini” pubblicizzavano in questo modo la merce:
“vendiamo soltanto materiale esclusivo: 800 immagini
“hard core” con adolescenti dai 7 ai 14 anni, e in
più 250 ore di video domestici di bambini porno,
video di violenze e giovanotti seducenti”
8.
Numerose ricerche
rilevano che:
-
i pedofili hanno una propensione verso il
collezionismo porno e pedo (sia tipo tradizionale e
sia come file grafici e video).
Suddivisione:
a)
Closet collector (collezionista armadio)
b)
Isolated collector (collezionista isolato)
c)
Cottage collector (condivide collezioni e attività-
nessun profitto)
d)
Commercial collector (collezionista commerciale)
e) Pedo-crime (organizzato) per la roduzione
amatoriale; produzione
professionale; pseudo-fotografie (pedofilia
virtuale, reato previsto dalla legge italiana
n.36/2006) e la produzione dei pedo-criminali.
Il materiale prodotto e
scambiato offre gratificazione ed eccitamento, ma
anche: convalidazione e giustificazione del
comportamento; ricatto (per ottenere il silenzio
della vittima); mezzo di scambio (fiducia con altri
pedo); profitto (produzione e vendita) con un giro
d’affari non quantificabile.
Nel
mondo, METER ha denunciato circa 552 organizzazioni
che rivendicano “i diritti dei pedofili” a cui si
aggiungono 1532 siti esclusivamente di “pedofilia
culturale”, si può avere l’idea di quanto forte sia
l’interesse di uomini e donne deviati e perversi, ma
lucidamente responsabili quanto integrati nella
società, per i bambini.
In Italia esistono questi movimenti (lobby di
sostegno alla pedofilia?). Riportiamo, per
esemplificare queste dichiarazioni:
- Una lobby radicata in
ogni centro di potere sia in Italia che all’estero.
La lobby è ben strutturata e radicata e non è
composta da gruppi sparuti e ristretti bensì da
comunità strettamente interrelate tra loro. (…)
Basti pensare che ogni anno, ideata da un italiano,
viene celebrata in rete il 25 aprile la giornata
dell'orgoglio pedofilo. (…) ” (don F. Di Noto,
Commissione Bicamerale Infanzia 28 ottobre 1999)
- " Potenti e ricche
associazioni che vogliono rendere la pedofilia
accettabile... ne fanno parte persone molto
influenti e con soldi di investimento per ottenere
questo scopo........". (Vittorio Andreoli,
25/10/2000)
- "esiste una copertura
culturale sullo sfruttamento sessuale dei
bambini..." (Comm. Bicamerale Infanzia, 2000)
- “Esiste un partito dei
pedofili che coinvolge personaggi con una alta
collocazione sociale e con una cultura medio-alta.
Molti indagati aderiscono al ‘Fronte pedofilo
internazionale’ danese e e italiano e ritengono
liberticida la nuova legge anti-pedofilia entrata in
vigore l’undici agosto scorso. Predicano anche
l’ideologia del perfetto pedofilo e il
riconoscimento della sua liceità’”
(PM Marmo e Mastrobernardino, Il tempo 3 ottobre
2000)
[...]
Le donne pedofile,
anch’esse presenti in Internet, si sono coordinate
in varie comunità di sostegno il 2 ottobre 2006 sono
state segnalati da Meter n. 27 personal Blog di
donne pedofile (Girllover) alla Polizia Postale e
delle comunicazioni.
Sono n. 10 denunce formali da gennaio a settembre
2008, inoltrate alla Polizia Postale e delle
Comunicazioni (Dipartimento di Catania) contro la
pedofilia cultuale in Italia diffusa su portali
stranieri. E contro questo fenomeno trasversale non
si arresta la raccolta di firme contro la
pedofilia, per denunciare e condannare chi abusa,
sfrutta e violenta i bambini. Un mondo criminale che
con i suoi acquisti – o, peggio ancora, i filmati
autoprodotti – alimenta un business illegale che non
esita a violentare fino a uccidere bambini da pochi
giorni a 12 anni d’età acquistati per pochi dollari
e “attori” virtuali di filmetti scaricati online al
prezzo di centinaia di dollari. Bisogna sbugiardare
i presunti “pensatori” e lobbies che ritengono la
pedofilia una nobile tradizione culturale,
mascherando lo squallore del sesso praticato su un
bambino innocente.
[...]
In
Italia è UN FENOMENO IN EVOLUZIONE
- Limitandoci all’Italia, possiamo già sottolineare
come qui la lotta dei pedofili culturali sia
cominciata da più di un decennio. È dal 1996,
infatti, che l’associazione Meter, insieme ai
suoi volontari, denuncia i tentativi striscianti di
normalizzazione della pedofilia grazie a
giustificazioni pseudoscientifiche (la vittima
dimenticherebbe in fretta l’accaduto) o motivazioni
pseudo culturali (la pederastia era praticata
nell’antica Grecia). Le denunce sono state
ripetutamente segnalate, nel corso degli anni, alla
Commissione Bicamerale per l’infanzia, al Parlamento
europeo, ai ministri dell’Interno, alla
magistratura, alla Polizia postale e delle
comunicazioni. Centinaia, dal ’96 ad oggi, le
denunce formali di siti o portali in lingua
italiana, segno che l’offensiva pedofila è condivisa
anche da chi abusa di bambini nel nostro Paese.
I pericoli della Rete…. Ma non è il mostro la Rete.
I pericoli ci sono e i
minori sono esposti: da una Ricerca di Meter
condotta in 4 province siciliane (Siracusa, Ragusa,
Catania, Messina) su n. 2800 studenti (scuole medie
inferiori in 5 province siciliane) è emerso che n.
130 ha dichiarato di essere stato a contatto con un
pedofilo o maniaco sessuale online; n. 37 sono
andati ad un appuntamento concordato online mai
rivelato ai genitori e solo n. 3 denunciato il
fatto.
(I risultati
dell’indagine conoscitiva saranno pubblicati nei
Quaderni di Meter)
Educarsi
all’uso corretto di Internet è una soluzione
impegnativa ma è necessario incoraggiare i bambini e
le bambine alla navigazione sicura.
Spiegare la cautela nella comunicazione ad altri dei
loro dati personali, accompagnarli nella navigazione
e incoraggiarli a navigare con amici e fratelli più
grandi, prepararli all’evenienza dell’incontro di
cose sgradevoli e dannose sulla rete e chiedere loro
di parlarne con voi o con altri amici e fratelli.
Le chat room possono essere divertentissime ma che
occorre essere protagonisti e responsabili e non
subire passivamente situazioni di disagio o
fastidio.
Una nuova cultura che parli di “bio-tecno-etica” e
“netiquette” (codici di comportamento online).
[...]
[]
Il contributo è stato
razionalizzato per esigenze editoriali. Il brano
risultante non è stato rivisto dall'autore. Pubblicato il 29 gennaio 2009
* prete
"antipedofilia" - Consulente di molti enti
istituzionali nazionali ed internazionali tra cui: Nuovo Osservatorio
Nazionale contro la pedofilia istituito presso la
Presidenza del Consiglio dei Ministri - Comitato Scientifico
della Polizia Postale e delle Comunicazioni contro
il fenomeno della pedofilia e della pedopornografia.
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I jeans a
vita bassa delle quindicenni
di MARCO LODOLI (*)
INSEGNARE a
scuola mette in contatto con le verità del giorno: è
come raccogliere uova appena fatte, ancora calde,
magari con il guscio un po' sporco. Gli storici
interrogano i secoli, ma in una classe di una
qualsiasi periferia italiana si ascolta il battere
dei secondi. Ebbene, oggi una ragazza di quindici
anni, un'allieva che non aveva mai rivelato una
particolare brillantezza, ha fatto una riflessione
che mi ha lasciato a bocca aperta.
Eravamo negli
ultimi dieci minuti di lezione, quelli che spesso si
spendono in chiacchiere con gli alunni. La ragazza
raccontava di volersi comprare un paio di mutande di
Dolce e Gabbana, con quei nomi stampati
sull'elastico che deve occhieggiare bene in vista
fuori dai pantaloni a vita bassa. Io le obiettavo
che lungo la Tuscolana, alle sei di pomeriggio,
passeggiano decine e decine di ragazze vestite così.
Non è un po'
triste ripetere le scelte di tutti, rinunciare ad
avere una personalità, arrendersi a una moda pensata
da altri? E da bravo professore un po' pedante le
citavo una frase di Jung: "Una vita che non si
individua è una vita sprecata". Insomma, facevo la
mia solita parte di insegnante che depreca la
cultura di massa e invita ogni studente a cercare la
propria strada, perché tutti abbiamo una strada da
compiere.
A questo punto
lei mi ha esposto il suo ragionamento, chiaro e
scioccante: "Professore, ma non ha capito che oggi
solo pochissimi possono permettersi di avere una
personalità? I cantanti, i calciatori, le attrici,
la gente che sta in televisione, loro esistono
veramente e fanno quello che vogliono, ma tutti gli
altri non sono niente e non saranno mai niente. Io
l'ho capito fin da quando ero piccola così. La
nostra sarà una vita inutile. Mi fanno ridere le mie
amiche che discutono se nella loro comitiva è meglio
quel ragazzo moro o quell'altro biondo. Non cambia
niente, sono due nullità identiche. Noi possiamo
solo comprarci delle mutande uguali a quelle di
tutti gli altri, non abbiamo nessuna speranza di
distinguerci. Noi siamo la massa informe".
Tanta disperata
lucidità mi ha messo i brividi addosso. Ho
protestato, ho ribattuto che non è assolutamente
così, che ogni persona, anche se non diventa famosa,
può realizzarsi, fare bene il suo lavoro e ottenere
soddisfazioni, amare, avere figli, migliorare il
mondo in cui vive. Ho protestato, mettendo in gioco
tutta la mia vivacità dialettica, le parole più
convincenti, gli esempi più calzanti, ma capivo che
non riuscivo a convincerla. Peggio: capivo che non
riuscivo a convincere nemmeno me stesso. Capivo che
quella ragazzina aveva espresso un pensiero brutale,
orrendo, insopportabile, ma che fotografava in pieno
ciò che sta accadendo nella mente dei giovani, nel
nostro mondo.
A quindici anni
ci si può già sentire falliti, parte di un
continente sommerso che mai vedrà la luce, puri
consumatori di merci perché non c'è alcuna
possibilità di essere protagonisti almeno della
propria vita. Un tempo l'ammirazione per le persone
famose, per chi era stato capace di esprimere -
nella musica o nella letteratura, nello sport o
nella politica - un valore più alto, più generale,
spingeva i giovani all'emulazione, li invitava a
uscire dall'inerzia e dalla prudenza mediocre dei
padri. Grazie ai grandi si cercava di essere meno
piccoli. Oggi domina un'altra logica: chi è dentro è
dentro e chi è fuori è fuori per sempre. Chi
fortunatamente ce l'ha fatta avrà una vita vera,
tutti gli altri sono condannati a essere spettatori
e a razzolare nel nulla.
Si invidiano i
vip solo perché si sono sollevati dal fango, poco
importa quello che hanno realizzato, le opere che
lasceranno. In periferia ho conosciuto ragazzi che
tenevano nel portafoglio la pagina del giornale con
le foto di alcuni loro amici, responsabili di una
rapina a mano armata a una banca. Quei tipi comunque
erano diventati celebri, e magari la televisione li
avrebbe pure intervistati in carcere, un giorno.
Questa è la
sottocultura che è stata diffusa nelle infinite
zone depresse del nostro paese, un crimine
contro l'umanità più debole ideato e attuato
negli ultimi vent'anni. Pochi individui hanno
una storia, un destino, un volto, e sono gli
ospiti televisivi: tutti gli altri già a
quindici anni avranno solo mutande firmate da
mostrare su e giù per la Tuscolana e un cuore
pieno di desolazione e di impotenza. []
Pubblicato il 17 novembre 2008
* giornalista e docente.
|
| Questione di feeling...
* di Giovanni Cisternino
In questo autunno che sa ancora di estate, la scuola
torna al centro dell'attenzione. Manifestazioni,
cortei, lezioni all'aperto e forme più o meno
estrose di protesta sembra stiano lasciando
lentamente il posto a paventate azioni di
"resistenza" a più lungo termine: blocco dei viaggi
di istruzione, delle adozioni dei libri, fino agli
scrutini di fine anno "molto accurati".
Queste pruriginose eruzioni sulla pelle indurita
di una scuola ormai fatalmente abituata a fortunali
stagionali e croniche carestie sono la reazione ad
un fattore allergenico contenuto in alcuni
provvedimenti (uno legato alla finanziaria, l'altro
emanato dal MIUR) che, di fatto, sono riusciti a far
sussultare all'unisono le due anime dell'universo
della formazione in Italia: la scuola e
l'università. Intorno a questo fenomeno si è
sviluppato un aspro dibattito politico, di cui,
ovviamente, non ci
occuperemo in questa sede.
Il fattore allergenico, ritengo, non sia
tanto derivante dal merito dei provvedimenti
adottati dall’esecutivo, quanto dalla sensazione di
disorientamento che produce il non riuscire a
collocarli convincentemente in un
ben definito orizzonte progettuale.
E' da un po' di tempo che non c'è molto feeling
tra il lessico della
politica e la semantica linguistica e
comunicazionale.
Ad esempio, "programma", nella
migliore delle ipotesi, è usato come sinonimo di
"progetto", senza che questo abbia fatto battere
ciglio neppure ai guru del mondo accademico e della produzione della
cultura e del pensiero di questo Paese, i quali
avrebbero dovuto spiegare con chiarezza scientifica
che un programma altro non è che la giustapposizione dei passi
necessari per la realizzazione di un progetto, e che
al di fuori di questa ottica non ha alcun senso
concreto e possibilità di efficacia duratura. Non si
tratta meramente di una spocchiosa elucubrazione
sui termini. Non avere chiara questa consecutio
porta a delle conseguenze pratiche.
Perseguire un programma senza un progetto ben
definito significa rinunciare ad avere un
riferimento costante rispetto al quale definire
obiettivi e verificare risultati, ovvero, perdere la possibilità di
rimodulare coerentemente iniziative che, a causa di
contingenze o differenti esiti delle azioni
precedenti, non hanno più la possibilità di essere
portate a termine efficacemente.
Significa anche por mano ad un opera già gravata
da un peccato originale: la concreta possibilità che
tutto venga vanificato dal "programma" di chi verrà
in seguito. Di qui la perversa altalena di pseudo
"riforme" che affligge la scuola dell'era
post-gentiliana.
Avere un progetto, invece, significa dare a tutti
la possibilità di capire, verificare e perché no,
condividerne l'impianto generale e quindi i singoli
momenti riformatori tesi a realizzare non una
scuola necessariamente differente, ma una
scuola sicuramente migliore.
Qui risiede il secondo equivoco di
interpretazione linguistica, probabilmente figlio dalla eccesiva
semplificazione propria della comunicazione per
slogan e colpevolmente tollerata dalla deriva del
pensiero debole.
Il termine "cambiamento" è pericolosamente di
moda sulla bocca di tutti gli opinionisti tuttologi,
politici e non, e sbandierato in ogni dove senza una
chiara indicazione se si identifica il cambiamento
con il tendere ad ottenere una cosa diversa da
quella di prima oppure una cosa migliore. E
non è cosa da poco. Perseguire a tutti i costi un
"cambiamento" può essere devastante se questo non
coincide con l'effettivo
"miglioramento".
Il pensiero debole e la politica per slogan e per
risultati immediatamente "misurabili", non ha feeling
con i sistemi complessi non lineari.
L'educazione e la formazione sono ambiti molto
delicati dai contorni mai netti e con scarse
possibilità di stabilire precisi meccanismi di
causa-effetto perché si occupano di un materiale
vivo e mai passivo, la persona, per cui l'oggetto
dell'azione educativa coincide fatalmente con il
soggetto della stessa.
L'unica via per non imboccare strade senza uscita
è la consapevolezza che in questo ambito complesso e
fluido è
necessario agire fondandosi su un chiaro e condiviso
PERCHE', ovvero su precisi principi culturali
e pedagogici che nel contenzioso
odiern è sfuggito di chiarire.
Sarebbe, inoltre, il caso di gettare una luce sul
CHI. Sapere che dietro tutto questo c'è un
insieme di figure eminenti dell'azione e del
pensiero pedagogico italiano (che fa scuola in tutto
il mondo) aiuterebbe a stabilire un clima di fiducia
anche sulle cose che non riusciremmo a capire
immediatamente.
Rispetto ai conseguenti quando, come e dove la prassi di un pacato e
sostanziale confronto democratico lungo tutta la
filiera del processo decisionale, aiuterebbe a
creare un feeling differente. Metodologie
sfacciatamente decisionistiche mortificano
l'opinione pubblica e demotivano coloro che, passata
la buriana e al di fuori degli slogan e dei
riflettori, la riforma
devono attuarla, con le immaginabili conseguenze sul
piano del rapporto costi/tempi/risultati.
Ciò servirebbe anche a sgombrare il campo
dal pericolo di letture ideologiche attivando una
fase di profondo
lavoro di studio e di confronto.
Infine, lungi dal voler produrre facili ricette, mi sembra di poter fare
delle osservazioni dettate più dal comune buon senso che
dall'acume politico:
-
la giusta razionalizzazione della spesa non
può pregiudicare la qualità e l'effettiva
efficacia della
formazione scolastica e umana assicurata agli
studenti;
-
"razionalizzazione" non è sinonimo di
"riduzione";
-
la professionalità dei docenti e del
personale della scuola è degna di attenzione e
rispetto, pertanto, vanno tenuti presenti anche i
risvolti occupazionali;
-
la razionalizzazione della rete scolastica
non può "pesare" sulle spalle degli utenti
perchè questo sarebbe foriero di concrete
discriminazioni sociali;
-
non è possibile pensare ad un progetto
formativo per compartimenti stagni. Chi è nel mondo della scuola
sa benissimo che il sistema formazione è
sinergico e, non ci si scandalizzi, ha il dovere
di prende valutare e prendere posizioni anche
su provvedimenti che non lo riguardano
direttamente.
D'altro canto, appare evidente che anche l’esclusivo ricorso ad azioni
di bieca rivolta non faccia il bene della scuola, e in
questo senso tutti siamo chiamati a
responsabilizzarci sul valore di un pro-testa
che sia innanzitutto "pro" ovvero tesa alla ricerca
di soluzioni percorribili e poi anche fatta con la
"testa" cioè intelligente e formativa di per se
stessa. L'autunno probabilmente
continuerà ad essere caldo, speriamo solo che non
lasci il posto al gelo dello scoramento e della
conseguente disaffezione.
Sono certo che ogni genitore, studente,
insegnante, operatore e politico di buona volontà
aneli ad un momento di confronto in cui nessuno sia il "nemico"
ma soltanto un "pensiero differente". E questa
speranza non è riposta tanto nel che cosa, ma
soprattutto nel come si arriverà alla definizione
dei un progetto organico, al filo rosso che si sarà saputo tessere tra le varie anime che hanno a cuore
il destino della nostra scuola. Insomma sarà
questione di feeling.[]
* docente di scuola secondaria superiore.
pubblicato il 31.10.2008
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